Anime morte

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Anno bisesto

Sorgente: Anno bisesto

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Volgarità

Ho già scritto in altra occasione che per alcune persone la gentilezza e la disponibilità all’amicizia suonano come tentativi opportunistici compiuti su internet come nella vita reale in vista di non si sa quali nascosti e bassi interessi.
Sono individui sommersi dalla volgarità corrente e predominante nella società.

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Diceva Elémire Zolla (e non sbagliava) che ”essere volgare significa fare qualcosa in vista di qualcos’altro”.
In un mondo che non ha più il senso del dono e non sa cosa sia il disinteresse questa è la regola da seguire.

I molti che hanno vissuto un’ esistenza fatta di stolide convenienze, culto delle apparenze, vili compromessi, ipocrisie e servilismi, hanno ormai dentro se stessi un riflesso condizionato ed un cervello zeppo di vizi e meschinità che devono ossessivamente attribuire anche agli altri e al prossimo in genere.

Purtroppo essi non conoscono il valore della sincerità, della semplicità dei modi, dell’esercizio dei buoni sentimenti, ma restano ingessati al ruolo fasullo che si sono imposti, indossando maschere pirandelliane, vittime dei propri complessi e dell’abitudne alla menzogna, incapaci, in definitiva, di vivere una vita autentica.

Che Dio abbia pietà di loro.maschere_veneziane

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Ambaradan

varie-eventi-299104.660x368Non ditemi che anche a Natale è tutto fasullo. Tutto, ma proprio tutto, senza un piccolo angolino separato dal solito ambaradan delle feste consacrate, dove ognuno recita una parte, ed è obbligatorio sentirsi allegri, sereni e felici e perfettamente in armonia con il mondo intero. E con il passato, il presente, il futuro.

Mi sto accorgendo in questi frangenti che la gente fa training autogeno ogni giorno per sentirsi a posto con se stessa e soprattutto poi nei giorni un tempo dedicati al sacro. sh

Fuggono dalla solitudine con cui non sono mai stati in un buon rapporto: chi conosce il raccoglimento e la meditazione?

E la famiglia ormai è ridotta a ben poca cosa, nonostante gli affollamenti e gli scambi formali di effusioni: parenti, figli, nipoti intenti a giocare con gli ultimi obbrobri della tecnologia e a confrontarsi con gli acquisti alla moda dotati di mille inutili applicazioni, buone per renderci ancor più integrati nel sistema industriale avanzato, con l’impellente sollecitazione alla ripresa dei consumi e al loro incremento, unica salvaguardia della nostra sopravvivenza.freud s.

Che differenza c’è nelle varie ricorrenze? Nessuna.

Periodicamente s’impone confusione e caotica, patetica, partecipazione ai nuovi riti tribali dell’odierna società di massa, con tributi sistematici all’ idiozia e sacrifici ingiustificati alla perdita di consapevolezza e d’interiorità.
Cambiano solo i costumi posticci da indossare nelle varie evenienze nel corso dell’anno, ma la realtà è identica: una barbarie generalizzata, che neppure l’indiscriminata libertà sessuale, lo scambio dei ruoli e la promiscuità dei generi e delle specie riesce a rendere surretiziamente meno tragica.

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‘Etica ed Estetica’

Da un’intervista raccolta da Franco volpi, ricaviamo quest’idea di Ernst Junger su etica ed estetica:Piero di Cosimo, simonetta vespucci (1483)

– Tutto quello che lei dice non fa che confermare quanto importante sia nella sua visione del mondo e della storia la dimensione estetica della vita più che quella etica. Come spiega questa sua inclinazione ?

La visione del rapporto tra etica ed estetica nei termini di un contrasto non mi basta. Direi che etica ed estetica si incontrano e si toccano almeno in un punto: ciò che è veramente bello non può non essere etico, e ciò che è realmente etico non può non essere bello.

– Ma questo è lo stile. La Sua visione del mondo è improntata allo stile.

Lo spero. E’ per questo, appunto, che non sono mai sceso né scenderò mai sul piano delle polemiche e delle controversie. Lo trovo di cattivo gusto. Mai abbassarsi sotto il proprio livello.

Ora, queste illuminanti parole dello scrittore tedesco, scolpiscono in maniera esemplare il concetto di stile, vale a dire l’incrocio tra etica in senso elevato e l’estetiva come superiore dimensione spirituale data come scelta di vita. E’ una concezione aristocratica? Lo è ma non in senso araldico, ovviamente. Qualsiasi persona di qualsiasi ceto pu essere un aristocratico perché la vera aristocrazia, come ben intuirono greci e romani è la nobilitas naturalis, che non nasce dal sangue, ma da comportamenti e scelte di vita non ordinari e non banali.

Certo è difficile oggi, ancor più che al tempo in cui Junger rilasciò l’intervista( anche se no son passati molti anni), pensare che l’esistenza possa essere improntata allo stile, traguardo di ardua conquista. La volgocrazia come la chiamò Alfredo Cattabiani o la massificazione così ben descritta da Elémire Zolla nella sua Eclisse dell’intellettuale sono predominanti, ma non per questo può dirsi che lo stile non abbia più un valore.

In realtà è con lo stile che gli uomini si differenziano tra loro e marcano un territorio, che non può essere proprietà esclusiva di alcuno, ma neppure e soprattutto dagli uomini senza qualità.

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La verdad

…“La verdad más bella no sirve de nada si no se ha convertido en la experiencia más íntima del individuo.
Toda respuesta unívoca, clara, permanece estancada en el cerebro y penetra sólo en casos muy raros hasta el corazón.
No nos urge saber la verdad, sino experimentarla. El problema grave no es poseer una concepción intelectual,
sino encontrar la senda hacia la experiencia interna, irracional y quizás inarticulable”.
  Carl G. Jung

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Tal como es tu voluntad

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Tú eres lo que es
el profundo deseo
que te impulsa.
Tal como es tu deseo
es tu voluntad.
Tal como es tu voluntad
son tus actos.
Tal como son tus actos
es tu destino…

Upanishad IV 4.5

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Ferragosto

Carissimi amici ed amiche,

data l’ impraticabilità delle comunicazioni telefoniche fisse e mobili in questo momento d’indispensabile euforia per l’esplosione delle vacanze

e considerata per lo più fasulla la rete di finte o incespicanti amicizie, contraddistinte troppo frequentemente da girotondi con inchini e riverenze, minuetti e melensaggini,

cui purtroppo ci hanno da tempo abituati i vari network del web,

non mi rimane altro mezzo che questo per augurarvii un cordiale 639

Buon Ferragosto.

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Robin e L’attimo fuggente

Che cosa si richiede a chi ha scelto di fare l’attore?

Saper fingere, prima di tutto. E farlo nel miglior modo possibile, altrimenti non sarebbe un buon professionista.

Altra cosa è voler condividere sentimenti, emozioni, pensieri dei personaggi interpretati o da interpretare.

Può accadere e accade quando ci s’immedesima nel ruolo da recitare, perché alcuni o tutti i lati della personalità portata sulla scena sono vissuti come propri dall’attore, per una sorta di affinità o totale compenetrazione psicologica e culturale.

Le storie e i soggetti che vivono sul set o sul palcoscenico sono il risultato della regia.

Casomai, quindi, è ai registi dei film o delle opere teatrali che vanno addebitate le scelte inappropriate o sciocche o melense, che il professionista deve comunque svolgere per mestiere.
A lui non non si chiede creatività ed originalità, né un particolare talento nel produrre, confezionare, presentare il frutto della sua ispirazione artistica.
Egli non è un poeta nel senso stretto del termine, ma un semplice esecutore, con le qualità dell’artigiano di elevato livello.

Credo che Robin Williams abbia meritato la fama che gli viene attribuita anche solo per il bel film di Peter Weir ,’L’attimo fuggente’ e che non spetti a noi ricercare le probabili motivazioni del suo gesto, il quale comunque merita rispetto e compassione.

Sulla sua fine è lecito interrogarsi ma non possono trarsi conclusioni definitive.

Si può pensare all’orrido, cinico mondo dello ‘star system’ e all’impietosa macchina giudiziaria in materia di divorzi e mantenimenti milionari, capaci di porre in ginocchio anche l’uomo più ricco della terra, alla superficialità del costume hollyvoodiano, che deteriora i comportamenti di massa della società occidentale, alla disperata via d’uscita da un’esistenza ritenuta non più degna di essere vissuta per la nevrosi e le contraddizioni che la contraddistinguono in un universo privo di punti di riferimento validi.

Tutto questo ed altro ancora.
Certo è che il modo per uscire dalla ribalta ricorda molto una delle scene più cruciali del film richiamato sopra.E questo può fa riflettere molto sulla sua sensibilità di uomo forse non in sintonia con il proprio tempo.

- Robin e l'Attimo fuggente - Che cosa si richiede a chi ha scelto di fare l'attore? Saper fingere, prima di tutto. E farlo nel miglior modo possibile,  altrimenti non sarebbe un buon professionista.  Altra cosa è voler condividere sentimenti, emozioni, pensieri dei personaggi interpretati o da interpretare. Può accadere e accade quando ci s'immedesima nel ruolo da recitare, perché alcuni o tutti i lati della personalità portata sulla scena sono vissuti come propri dall'attore, per una sorta di affinità o totale compenetrazione psicologica e culturale.  Le storie e i soggetti che vivono sul set o sul palcoscenico sono il risultato della regia.  Casomai, quindi, è ai registi dei film o delle opere teatrali che vanno addebitate le scelte inappropriate o sciocche o melense, che il professionista deve comunque svolgere per mestiere.  A lui non non si chiede creatività ed originalità, né un particolare talento nel produrre, confezionare, presentare il frutto della sua ispirazione artistica.  Egli non è un poeta nel senso stretto del termine, ma un semplice esecutore, con le qualità dell'artigiano di elevato livello. Credo che Robin Williams abbia meritato la fama che gli viene attribuita anche solo per il bel film di Peter Weir ,'L'attimo fuggente' e che non spetti a noi ricercare le probabili motivazioni del suo gesto, il quale comunque merita rispetto e compassione. Sulla sua fine è lecito interrogarsi ma non possono trarsi conclusioni definitive. Si può pensare all'orrido, cinico mondo dello 'star system' e all'impietosa macchina giudiziaria in materia di divorzi e mantenimenti milionari, capaci di porre in ginocchio anche l'uomo più ricco della terra, alla superficialità del costume hollyvoodiano, che deteriora i comportamenti di massa della società occidentale, alla disperata via d'uscita da un'esistenza ritenuta non più degna di essere vissuta per la nevrosi e le contraddizioni che la contraddistinguono in un universo privo di punti di riferimento validi. Tutto questo ed altro ancora. Certo è che il modo per uscire dalla ribalta ricorda molto una delle scene più cruciali del film richiamato più sopra.E questo può fa riflettere molto sulla sua sensibilità di uomo.
 

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Eloge de la lucidité : Une mise au point éclairante – 3

Écrit le 23 juillet 2014

La troisième illusion consiste à confondre plaisir et bonheur. Le plaisir est directement causé par des stimuli agréables d’ordre sensoriel, esthétique ou intellectuel. L’expérience évanescente du plaisir dépend des circonstances, des lieux ainsi que de moments privilégiés. Sa nature est instable et la sensation qu’il inspire peut vite devenir neutre ou désagréable. De fait, s’imaginer que le bonheur serait une succession ininterrompue de sensations plaisantes ressemble davantage à une recette pour l’épuisement qu’à l’émergence d’un bonheur véritable. Les plaisirs sont certes bienvenus et agréables, mais ils ne sont pas le bonheur.

Le plaisir n’est donc pas pour autant l’ennemi du bonheur. Tout dépend de la manière dont il est vécu. S’il entrave la liberté intérieure, il fait obstacle au bonheur ; vécu avec une parfaite liberté intérieure, il l’orne sans l’obscurcir. Une expérience sensorielle agréable, qu’elle soit visuelle, auditive, tactile, olfactive ou gustative n’ira à l’encontre de la paix intérieure que si elle est teintée d’attachement et engendre la soif et la dépendance. Le plaisir devient suspect dès qu’il engendre le besoin insatiable de sa répétition.
À l’inverse du plaisir, un véritable sentiment de plénitude naît de l’intérieur. S’il peut être influencé par les circonstances, il n’y est pas soumis. Loin de se transformer en son contraire, il perdure et croît à mesure qu’on l’éprouve. Il s’agit plutôt là d’une manière d’être, d’un équilibre issu d’une compréhension perspicace du fonctionnement de l’esprit.

Dans le bouddhisme, le terme soukha désigne un état de bien-être qui naît d’un esprit exceptionnellement sain et serein. C’est une qualité qui sous-tend et imprègne chaque expérience, chaque comportement, qui embrasse toutes les joies et toutes les peines. C’est aussi un état de sagesse, affranchie des poisons mentaux, et de connaissance, libre d’aveuglement sur la nature véritable des choses. Soukha est étroitement lié à la compréhension de la manière dont fonctionne notre esprit et dépend de notre façon d’interpréter le monde, car, s’il est difficile de changer ce dernier, il est en revanche possible de transformer la manière de le percevoir.

Changer notre vision du monde n’implique pas un optimisme naïf, pas plus qu’une euphorie artificielle destinée à compenser l’adversité. Tant que l’insatisfaction et la frustration issues de la confusion qui règne en notre esprit seront notre lot quotidien, se répéter à longueur de temps : « Je suis heureux ! » est un exercice aussi futile que repeindre un mur qui s’écroule. La recherche du bonheur ne consiste pas à voir la « vie en rose », ni à s’aveugler sur les souffrances et les imperfections du monde.

Le bonheur n’est pas non plus un état d’exaltation que l’on doit perpétuer à tout prix, mais l’élimination de toxines mentales comme la haine et l’obsession, qui empoisonnent littéralement l’esprit. Pour cela, il faut acquérir une meilleure connaissance de la façon dont fonctionne ce dernier et une perception plus juste de la réalité.
En résumé, soukha est l’état de plénitude durable qui se manifeste quand on s’est libéré de l’aveuglement mental et des émotions conflictuelles. C’est aussi la sagesse qui permet de percevoir le monde tel qu’il est, sans voiles ni déformations. C’est enfin la joie de la bonté aimante qui rayonne vers les autres.

Le livre d’Ilios Kotsou nous enseigne ainsi comment ne pas perdre notre temps à tenter en vain d’attraper l’arc-en-ciel insaisissable d’un bonheur sur mesure, centré sur le sentiment exacerbé de l’importance de soi, sur nos moindres sensations de plaisir et de déplaisir, sur un hédonisme emporté par le tourbillon de nos espoirs et de nos craintes. Mieux vaut la lucidité d’une sagesse sereine et d’une liberté intérieure qui s’ouvre spontanément à autrui.

Ilios Kotsou (2014). Éloge de la lucidité . Robert Laffont.

casinoio

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Éloge de la lucidité : Une mise au point éclairante – 2

131028ricard Écrit le 15 juillet 2014

Une deuxième illusion concernant la recherche du bonheur est la promotion de l’individualisme exacerbé et d’une estime de soi excessive, phénomène à la mode, mais toutes les études ont confirmé qu’elle est contre-productive lorsqu’elle ne vise pas seulement à donner confiance en soi, ce qui est une excellente chose, mais à fabriquer une image déformée de soi-même. Ilios le montre bien dans son ouvrage, faisant écho au psychologue Roy Baumeister, auteur de la synthèse la plus complète des recherches portant sur l’estime de soi, qui conclut : « Il est très douteux que quelques bienfaits minimes justifient tous les efforts et les dépenses que les écoles, les parents et les thérapeutes ont investi dans la promotion de l’estime de soi. »* Il suggère plutôt de se concentrer sur la maîtrise de soi. Les recherches montrent en effet que les étudiants qui ont un meilleur contrôle d’eux-mêmes ont de plus grandes chances de terminer leurs études et risquent moins d’abuser de l’alcool et de drogues ou, pour les jeunes filles, de tomber enceintes pendant l’adolescence.

Une « bonne?» et saine estime de soi est certes indispensable pour s’épanouir dans l’existence, la dévalorisation maladive de soi pouvant entraîner des troubles psychologiques graves et de grandes souffrances. Une saine estime de soi facilite la résilience et nous permet de conserver notre force intérieure et notre sérénité face aux événements de vie adverses. Elle permet également de reconnaître et de tolérer nos imperfections et limitations sans pour autant se sentir diminué. À l’opposé, une estime de soi construite sur un ego boursouflé ne peut procurer qu’une confiance factice et fragile.

Les recherches de Kristin Neff ** et de Paul Gilbert, dont Ilios fait état, ont clairement mis en évidence les différences entre estime de soi et compassion pour soi-même. À la différence de l’estime de soi, l’augmentation de la compassion pour soi-même ne s’accompagne pas d’une augmentation du narcissisme, mais d’une acceptation sereine de nos propres faiblesses et défaillances, acceptation qui nous préserve de la tentation de nous reprocher ce que nous sommes, sans pour autant être synonyme de résignation.

Cette compassion pour soi-même peut ensuite servir de fondation et de catalyseur pour étendre cette compassion à tous ceux qui souffrent. Comme l’écrit Christophe André : « Pourquoi ajouter soi-même aux souffrances que la vie nous apporte ? La compassion, c’est vouloir le bien de tous les humains, soi compris.?» ***

* Baumeister, R. (2005), The Lowdown on high self-esteem. Thinking you’re hot stuff isn’t the promised cure-all. Los Angeles Time, 25 janvier 2005.
** Neff, K. (2013). S’aimer?: Comment se réconcilier avec soi-même. Belfond.
*** André, C. (2009), Les États d’âme. Odile Jacob, p. 353.

À suivre…

Ilios Kotsou (2014). Éloge de la lucidité . Robert Laffont.

 

 

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Il mio ultimo pensiero sarà per voi: la biografia di Chateaubriand

Ho letto il libro di Jean d’Ormesson, tanti anni fa e rimasi folgorato dalla vita e dalle avventure di Chateaubriand: fu una rivelazione sugli aspetti più controversi ed appassionanti dell’esuberante e profonda anima di uno dei più grandi scrittori di Francia, ancora oggi a pieno titolo uno dei protagonisti della cultura di quel paese e dell’Europa. Un cattolico fuori dal comune, un coraggioso interprete della fede nel divino e al tempo stesso tenace libertino in nome dell’individuo, del sentimento e dell’ardore amoroso.

Rileggerlo è sempre un piacere, anche perché D’Ormesson, accademico di Francia, e penna versatile e fine, è un biografo d’eccezione, che unisce la precisione dello storico all’acume dell’intellettuale indipendente mai soggetto alle mode del tempo.

J.d'O

Il romanzo è ambientato nell’arco di tempo che intercorre tra la Rivoluzione francese e la rivoluzione del 1848, per certo uno dei momenti più travagliati della Storia di Francia. In questo stesso periodo vive e si fa interprete delle urgenze della sua patria Chateaubriand, uomo di Stato in qualità di ministro e di riformatore della religione, ambasciatore, pari di Francia, e romanziere. Il libro, ad opera del giornalista e scrittore Jean D’Ormesson (Parigi, 16 giugno 1925), riscrive in chiave romanzata la sua vita sentimentale.

L’enchanteur

(da biografie on line.it)

Francois-Rene_De_Chateaubriand_1

Chateaubriand, nato a Saint-Malo nel 1768, è diventato uno dei più celebri scrittori della letteratura francese. Discendente di una nobile famiglia bretone, venne avviato fin da giovane alla carriera militare e, a Parigi, fu testimone dei primi eventi rivoluzionari. Sono fermenti sociali che lo vedono inizialmente partecipare in modo distaccato e scettico, in osservanza del già pronunciato conservatorismo che lo scrittore ostentava. Nel 1791 compie un viaggio nel Nordamerica, utile per aprirgli la mente e stimolarlo ad un confronto fertile tra altre culture, altri luoghi e la madrepatria. Tornato in Francia, comincia ad assumere un atteggiamento decisamente più attivo nei confronti della politica, tanto da unirsi alle forze controrivoluzionarie, in difesa dello status quo e della dell’organizzazione monarchica della società.

Ma la Rivoluzione Francese è un evento inarrestabile che tutto trascina, un moto della storia violento e febbrile, facente leva delle ondate progressiste scatenate dai difensori della ragione e del progresso sociale. I conservatori come lui si ritrovano quindi ben presto in cattive acque. Lo scrittore è quindi costretto a riparare in Inghilterra, dove visse in pratica da esule per ben sette anni (dal 1793 al 1800).

 

Il ritiro londinese è foriero di nuove ispirazioni e di alacre lavoro letterario. Nel 1797 pubblica il “Saggio storico sulle rivoluzioni”, intriso malgrado tutto dello spirito illuminista che permeava il settecento (non a caso si pone l’accento sulla storia), ma non senza tracce di un’inquietudine religiosa che poco tempo dopo, nei giorni della crisi spirituale seguita alla morte della madre e della sorella, lo condusse a riabbracciare la perduta fede dell’infanzia. L’opera successiva “Il genio del cristianesimo”, iniziata nell’ultimo anno d’esilio e completata dopo il ritorno a Parigi, riflette il proposito di Chauteaubriand di porre il talento letterario al servizio della fede cristiana, difendendola dagli attacchi del voltairianesimo e illustrandone le bellezze poetiche e morali.

Partecipano di tale disegno più letterario che filosofico i due brevi romanzi che Chateaubriand incluse nell’opera “Atala”, che narra la vicenda d’amore di due indiani della Louisiana con l’intento di mostrare le armonie della religione con le scene della natura e le passioni del cuore umano, e “Renè”, che attraverso il racconto velatamente autobiografico dei giovani anni del protagonista condanna le passioni indeterminate e le sterili fantasticherie che hanno condotto Renè a un’esistenza di tedio e di solitudine.

“Il genio del cristianesimo” ottenne il plauso dell’opinione francese che ritornava in quegli anni alla fede tradizionale dopo la bufera rivoluzionaria, mentre nei tratti del melanconico Renè amarono riconoscersi le prime generazioni romantiche. A dimostrare la superiorità del “meraviglioso cristiano” sul “meraviglioso pagano” Chateaubriand scrisse quindi l’epopea in prosa “I martiri” (1809), dopo essersi recato in Grecia e in Terra Santa per meglio documentarsi sui luoghi della narrazione, ambientata al tempo delle persecuzioni di Diocleziano. Le note e impressioni di viaggio, raccolte nell’ “Itinerario da Parigi a Gernsalemme”, riuscirono uno scritto vivace e non aggravato da intenti epici e apologetici; esso prendeva re mosse, del resto, da una fitta tradizione di relazioni letterarie sull’Oriente. Ricche di suggestioni esotiche e primitivistiche sono anche tre opere composte anni prima: “Le avventure dell’ultima Abencerage”, “I Natchez” (pubblicate entrambe nel 1826), e il “Viaggio in America” pubblicato l’anno dopo.

Nominato pari di Francia dopo il ritorno del Barboni, Chateaubriand prese parte attiva alla vita politica della Restaurazione, ricoprendo anche importanti incarichi diplomatici e di governo, ma si dimise dalla camera nel 1830, con l’avvento della monarchia di Luglio. Ritiratosi a vita privata, si dedicò all’elaborazione delle “Memorie d’oltretomba” (composte negli ultimi anni di vita), appassionata rievocazione della sua vita nel quadro d’una tormentata epoca storica.

Nell’operosa maturità, confortata dall’amicizia di Mme Recamier, attese anche a minori opere storiche e a una “Vita di Rancé” dove Chauteabriand, tracciando la vita di un religioso del Seicento, ritrova la propria immagine, le proprie illusioni e amarezze.

Dotato di una penna elegante e fortemente suggestiva, guidata da un senso molto forte dell’idea di bellezza, Chauteabriand esercitò una forte influenza sulla letteratura dell’Ottocento, annunciando tendenze e motivi destinati a grande fortuna nel secolo romantico. Si spense a Parigi il 4 luglio 1848.

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Un amore a Venezia: e il filosofo scopre l’ estasi

Leggo in questi giorni ‘Estasi’ di Steafano Zecchi, che in questa vecchia intervista al Corriere individua i vari modi d’intendere la forma-romanzo e la comunicazione. Interessante è significativo come sempre il pensiero del filosofo.

 

estasi

Accademico e saggista di professione, opinionista televisivo e ora romanziere. Gli steccati della comunicazione, per Stefano Zecchi, sono vuote camicie di forza, perche’ i diversi linguaggi “sono rami di uno stesso tronco ed esprimono un comune desiderio di amore che si incontra nel comunicare”.

Nato a Venezia, docente di Estetica a Milano, Zecchi approda al romanzo (Estasi, ed. Se) dopo aver sfidato senza preoccupazioni i rischi della televisione (appare spesso al “Maurizio Costanzo Show”) e di una rapida carriera universitaria che lo ha visto prima assistente di Enzo Paci e Dino Formaggio, padri dell’ estetica italiana, poi in cattedra a soli 34 anni.

Romanzo filosofico o saggio scritto sotto forma di romanzo perche’ le griglie della saggistica filosofica non consentono di esprimere un “pensiero forte”?

“Non ho pensato a un radicale rovesciamento del filosofico nel narrativo, quanto alla necessita’ di ripensare la forma romanzo impantanata nelle secche della fiction, della tarda narrativa sperimentale o realista o in quelle della introspezione psicologica. Il tema dell’ Eros, tuttavia, ha reso necessario il ricorso a un linguaggio piu’ espressivo che analitico”.

Perche’ dopo un saggio sulla bellezza un romanzo sull’ amore?

“Eros e Bellezza sono i grandi rimossi della contemporaneita’ .

L’ Eros e’ stato ridotto al consumo pornografico, a oggetto della psicoanalisi, a studio sulla funzionalita’ del buon rapporto di coppia quando non a tema strumentale per dibattiti sulla tolleranza e la diversita’ . Ad esso, invece, e’ legata l’ idea di costruzione della civilta’ : e’ alla base della metamorfosi e della rigenerazione degli individui ed e’ all’ origine dei rapporti e delle passioni che relazionano la nostra coscienza al mondo della vita”.

Il romanzo e’ ambientato in una Venezia di raffinato estetismo, narra del rapporto tra Fausto e due donne, ma piu’ che sull’ intreccio e’ modulato sulle riflessioni filosofiche dei protagonisti.

Perche’ pochi avvenimenti?

“Non mi interessava ne’ la storia ne’ la ricerca linguistica fine a se stessa. Ho cercato invece di costruire delle grandi figure simboliche intorno a tre temi: la casa come elemento di rapporto tra individuo ed esperienza passata, Venezia come citta’ erotica e l’ Eros come principio di rigenerazione. Le figure femminili positiva (Madil) e negativa (Olga) rappresentano degli universali simbolici.

La scrittura, poi, e’ un’ espressione alta della nostra civilta’ che non e’ soltanto semplice strumento d’ intrattenimento”.

Recentemente lei ha parlato degli intellettuali come di “lacche’ con vocazione alla lottizzazione” e in “Estasi” definisce “beccamorti del Novecento” i teorici del pensiero debole.

Come passare al “vero impegno” intellettuale invocato da Fausto?

“Il rapporto tra cultura e politica va ricostruito. Deve pero’ essere l’ idea e l’ espressione artistica individuale a raggiungere una tale rilevanza da assumere valenza politica, non l’ ideologia.

“Non sono d’ accordo con coloro che affermano che ciascuno deve fare il proprio mestiere senza intervenire nei problemi comuni.

C’ e’ necessita’ di energie, di coscienze critiche e di forti progetti filosofici”. “In questo circo equestre che e’ il mondo . afferma il personaggio Fausto in “Estasi” . Preferisco scegliermi la parte dell’ acrobata piuttosto che quella del clown”.

Non teme che qualcuno interpreti il suo continuo salto degli steccati non come prova di coraggio ma come trasformismo?

“Io resto un professore, ma sono affascinato anche da altre esperienze. La televisione e i giornali sono strumenti espressivi che vanno coltivati e non demonizzati. Non ne sono succube, come altri, e mi hanno permesso di portare avanti una battaglia di idee”.

Pierluigi Panza

(20 gennaio 1993 – Corriere della Sera)

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Un poeta del sufismo

Là fuori
al di là delle idee di falso e giusto
c’è un vasto campo:
come vorrei incontrarvi là.
Quando colui che cerca raggiunge
quel campo
si stende e si rilassa:
là non esiste credere o non credere.

(Rumi)

Ottocento anni fa, in una città nel nord est del Regno di Persia, nasceva un bambino molto speciale, destinato a diventare famoso col nome di Rumi. Proprio quest’anno, numerosi enti e associazioni culturali e spirituali celebrano gli ottocento anni dalla sua nascita e l’Unesco ha emesso una medaglia in suo onore.
In Nord America, Rumi è oggi uno dei poeti più letti, grazie anche alle nuove traduzioni delle sue poesie da parte di Coleman Barks il cui libro, The essential Rumi (1995), ha venduto oltre 500 mila copie – un successo enorme per un libro di poesie. Le traduzioni delle poesie di Rumi stanno diventando sempre più popolari anche in altri paesi occidentali. È nato un poeta Rumi, il cui vero nome era Jalâluddin («gloria della religione») Mohammad, è nato il 30 settembre 1207 nella città di Balkh, oggi inglobato nell’attuale Afghanistan, ma che a quei tempi faceva parte del Regno di Persia. Suo padre, Bahâ Valad, era un rinomato studioso e un mistico sufi, ai cui sermoni si dice assistesse addirittura il re di Persia.
Quando Rumi era ancora un ragazzino, la sua famiglia si trasferì più a ovest e dopo aver vagato per parecchi anni di città in città, si fermò a Konyam, nell’attuale Turchia, dove Bahâ Valad fu così bene accolto, che i regnanti del tempo costruirono addirittura una scuola per lui. Bahâ Valad morì nel 1231 e Rumi, che allora aveva 24 anni, decise di proseguire l’operato del padre, approfondì gli  studi di filosofia, letteratura, storia, legge islamica e altre materie e si affermò come uno stimato insegnante di religione.
sufismo
Un vulcano addormentato
Verso la fine di novembre del 1244 Rumi incontrò un derviscio errante: Shams Tabrizi, letteralmente «il sole di Tabriz» (città del Nord Est della Persia, ndt), ormai sessantenne e che aveva dedicato tutta la sua vita alla pratica degli insegnamenti sufi. Questo incontro e le successive conversazioni con Shams provocarono una profonda trasformazione in Rumi che divenne un mistico e un poeta dell’amore. Negli anni seguenti, Rumi ridusse il suo interesse per lo studio e cominciò a dedicare gran parte del suo tempo alla poesia, sviluppando la pratica del samâ, dove meditazione, musica, canto e danza sufi si fondono insieme costituendo una tradizione che conta ancor oggi migliai di discepoli in tutto il mondo. Rumi, uomo di profonda cultura e grande amore, era un vulcano addormentato pronto a eruttare e Shams aveva semplicemente rimosso il tappo di roccia permettendo al flusso potente della visione spirituale e dell’amore per il mondo di Rumi di esprimersi. Rumi non fu mai un poeta professionista, perché traeva la sua sussistenza dalla scuola religiosa, ma fu comunque un poeta molto prolifico e appassionato, producendo due capolavori della poesia persiana: Diwân Shams Tabrizi, «il libro di poesia di Shams Tabrizi», in onore del suo maestro spirituale, composto di 44 mila versi di poesia lirica, e Masnawi Ma’nawi, «distici in rima su temi spirituali», composto di circa 26 mila versi. Le radici delle radici delle radici
Mentre il Diwân è ricco di poesie emotive e infuocate, il Masnawi è un libro di poesia didattica che insegna la saggezza dell’amore o, nelle parole con cui lo stesso Rumi apre il poema: «le radici delle radici delle radici di tutte le religioni». A differenza di molti poeti che sono soliti correggere e perfezionare più volte le proprie poesie, Rumi le scriveva di getto e le recitava ai propri discepoli in uno stato di estasi e contemplazione, mentre ascoltava musica, danzava o nel bel mezzo di una conversazione. I suoi poemi sono dunque ricchi di immagini spontanee presentate in un linguaggio visuale fresco e bellissimo, marchio non solo di un abile poeta, ma anche di un maestro mistico.
Per secoli le genti di lingua persiana lo hanno chiamato Moulâna: semplicemente «maestro». Il nome Rumi, col quale è noto in Occidente, si riferisce a Rum, la parola persiana per indicare l’Impero Romano o Bizantino, che un tempo includeva la Penisola Anatolica, dove Rumi ha passato la maggior parte della sua vita. Il poeta dell’amore L’amore – ishq in arabo, persiano, turco e hindi – è il filo comune che attraversa tutte le poesie di Rumi, direttamente o per implicazione. Tuttavia, come sottolinea giustamente Coleman Barks, l’amore di Rumi non è del tipo «lei mi ha lasciato, lui mi ha lasciato, lei è tornata…».
L’amore di cui parla Rumi ha le sue radici nella realizzazione dell’amore divino e nelle sue propagazioni nel mondo e nella vita umana. Per Rumi, l’amore è di due categorie: l’amore supremo che è Dio, la verità, il nostro amore per Dio, e l’amore derivato che è il riflesso in noi dell’amore divino, l’amore verso la creazione, quindi l’amore verso il partner, i figli, le creature viventi, l’intero cosmo.

Rumi lascia intenzionalmente nell’ambiguità i confini tra queste due dimensioni dell’amore poiché crede che se davvero una persona sente amore, compassione e tenerezza verso un altro essere vivente, questo non è altro che un riflesso dell’amore divino e una guida alla realizzazione della presenza di Dio. Per spiegare questo, i sufi utilizzano una parabola: l’amore e la presenza di Dio sono come il sole, troppo potente per essere guardato direttamente, ma di cui possiamo godere il riflesso sulle acque di un lago.
In una sua nota poesia, Rumi dice:

Nel regno del Non-visibile
esiste un legno di sandalo
che brucia.
Questo amore è il fumo
di quell’incenso.

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 Questa poesia tocca in modo 
elegante un problema importante nella nostra relazione con Dio. Ci sono molte persone che rifiutano Dio perché non l’hanno mai visto. Naturalmente uno non può mai vedere Dio, così come un pesce non vede l’acqua in cui nuota. Rumi porta la nostra attenzione sui nostri sensi interiori, invitandoci ad «annusare» Dio. L’incenso, nella tradizione sufi, buddista e hindu è proprio usato per evocare in noi il senso della presenza divina.
Rumi vede l’amore come la matrice del cosmo. Uso l’espressione «matrice dell’amore cosmico» nel moderno senso scientifico. La spiegazione migliore che i fisici forniscono della forza gravitazionale non è quella di una semplice attrazione tra due corpi isolati, ma quella di una forza insita nella stessa trama dell’universo. Rumi dice: Se il Cielo non fosse innamorato
il suo seno non sarebbe dolce.
Se il Sole non fosse innamorato
il suo volto non brillerebbe.
Se la Terra e le montagne
non fossero innamorate
nessuna pianta germoglierebbe
dal loro cuore.
Se il Mare non conoscesse l’amore
Se ne starebbe immobile
da qualche parte.
Se il cielo, le montagne, i fiumi e
ogni altra cosa nell’universo fossero
egoisti e avidi come l’uomo e come
lui cercassero di conquistare e accumulare
cose per sé, l’universo non
funzionerebbe. Rumi dice che è grazie
all’amore che nel mondo esistono:
bellezza, luce, movimento e
vita. Il cielo offre la pioggia; l’acqua
e la terra sono amanti senza ego e
sono loro a far crescere le piante…

Rumi ne conclude dunque che il posto naturale per l’uomo è il proprio cuore e l’amore. I desideri egoistici senza fine e l’avidità sono cose futili in cui sprechiamo la nostra vita, perché noi siamo mortali e il mondo non è fermo, ma fluisce.
L’amore è il sentiero di Rumi per arrivare a Dio. In molte delle sue poesie Rumi si riferisce ai due stati della mente a cui i maestri sufi credono che l’amore conduca: fanâ, «estinzione », simile al nirvana dei buddisti, ovvero l’annientamento dell’ego e l’ebbrezza totale nell’amore divino; bagâ, «presenza», il dimorar con l’eterno amato.

Poesia di pace
Rumi manda il seguente messaggio a coloro che vogliono seguire il sentiero dell’amore divino:

Va’ e lava tutto l’odio dal tuo cuore
sette volte con l’acqua
Poi potrai essere nostro compagno
e bere il vino dell’amore.

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L’amore è l’alchimia della pace. Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, Albert Einstein osservò che «la guerra è vinta, ma la pace no». Rumi ha la stessa visione: la violenza non genera una pace duratura; solo la comprensione, la compassione, la gentilezza e la condivisione possono farlo e queste sono le qualità dell’amore.
Rumi espande il dominio dell’amore dal campo delle relazioni interpersonali a quello delle fedi religiose e della pace internazionale. L’amore è più vecchio di qualunque stituzione religiosa nella storia e tutte le religioni e le tradizioni spirituali si fondano su questo obiettivo comune: l’amore. La visione di Rumi è urgentemente necessaria nel mondo diviso di questo secolo violento, perché tende ad unire tutte le religioni e le nazioni.

Una persona con la mente amorevole e la pace interiore è anche in pace col mondo e affettuoso con gli altri. Ahmad Aflaki, che scrisse la biografia del poeta, riporta molti casi in cui Rumi mise in pratica quanto insegnava. In una delle tante storie legate alla vita di Rumi, una cagna aveva avuto i cuccioli e non voleva rischiare di lasciarli soli per andare a cercare del cibo. Perciò sia lei che i cuccioli erano particolarmente affamati. Rumi, accortosi della situazione, portò loro ogni giorno una porzione del suo cibo, finché i cuccioli divennero più grandi. In un’altra storia, Aflaki riporta che un monaco cristiano, avendo sentito parlare della grande preparazione spirituale e culturale di Rumi, andò a trovarlo a Konya. In segno di rispetto il monaco si prostrò davanti a Rumi e quando rialzò la testa vide che Rumi si era a sua volta prostrato di fronte a lui.

Un ponte fra Est e Ovest
Rumi morì il 17 dicembre 1273, una domenica al tramonto a Konya, all’età di 66 anni. Al suo funerale parteciparono genti di religioni diverse e di varia estrazione: musulmani, ebrei, cristiani, poveri, ricchi, ignoranti e letterati, a porgere l’estremo omaggio e a lamentare la perdita di questo grande saggio e poeta. La sua tomba a Konya è oggi un tempio per tutti coloro che amano e cercano la pace e la verità.
La poesia di Rumi può oggi costruire un saldo ponte tra il mondo islamico e quello occidentale, perché egli parla il linguaggio dell’amore che aiuta tutti noi ad allontanarci dalla politica dell’odio per avvicinarci alla divina compassione e comprensione che sono nei nostri cuori.
Il biografo di Rumi, Aflaki, riporta le parole di un prete greco ortodosso che disse: «Il maestro Rumi è come il pane. Piace a tutti». E in effetti la poesia di Rumi è un cibo spirituale delizioso, preparato con amore. Per questa ragione, a sette secoli di distanza, le dolci poesie di Rumi restano vive sulle nostre labbra in molte lingue.

Io sono la Luna, dappertutto
e in nessun luogo.
Non cercarmi al di fuori;
abito nella tua stessa vita.
Ognuno ti chiama verso di sé;
io ti invito solo dentro te stesso.
La poesia è la barca
e il suo significato è il mare.
Vieni a bordo, subito!
Lascia che io conduca questa barca!

Articolo tratto da Terra Nuova – Ottobre 2007

ORACION

 

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Mantra

 Nel momento della perdita di una persona cara, è possibile capire l’autenticità dei sentimenti di quanti, amici o parenti, vi sono vicini.

La vicinanza non è un fatto fisico: si può vivere a mille chilometri di distanza e non frequentarsi, eppure comunicare il proprio affetto sincero verso chi amate disinteressatamente.

L’afflato umano si avverte comunque e conforta l’animo di chi sta in pena.Per questo è necessario semplicemente avere dentro se stessi un’umanità profonda che supera l’egoismo e il narcisismo, l’orgoglio senza senso e l’albagia. l’attaccamento alle apparenze, la vanità e la superficialità dell’esistenza banale e sentire, provare emozioni capaci di suscitare gesti amabili e spontanei.

Ne ho avuto la riprova recentemente e il mio cuore è stato riscaldato, confortato e sorretto da alcuni nobili interpreti della compassione verso il prossimo e della più pura amicizia, i veri nemici della gelosia e del possesso, del culto dell’io dell’avidità e della grettezza morale, che avvelenano, il più delle volte, le relazioni interpersonali.

Chi ha qualcosa da dare con generosità e chi non ha nulla da condividere con gli altri e nulla da dire, purtroppo.

Fra tutti, un’ amica buddhista, a cui voglio ora un bene speciale, ha saputo infondermi la speranza, con l’indicazione del mantra riprodotto qui di seguito, nel segno di un rinnovamento dell’essere. Non è indispensabile, credo, essere seguaci di una dottrina (come nel caso di specie quella del Sutra del Loto), per apprezzare la portata della preghiera nelle più svariate forme e, soprattutto, la forza insostituibile della solidarietà e del dono.

Sono grato a coloro i quali, in una triste circostanza, sento profondamente dentro la mia anima.

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Nam-myoho-renge-kyo

Sinossi

Nella pratica del Buddismo di Nichiren Daishonin la preghiera ha un’importanza centrale. Gli appartenenti alla Sgi raccontano esperienze riguardo il “pregare dal profondo del cuore”. Parlano anche di “risposta” alle loro preghiere. Che cosa intendono con tali affermazioni?
Il Dizionario italiano Devoto Oli definisce la preghiera come: «Testo, parola o pensiero mediante cui il devoto si rivolge alla divinità». In cosa concorda la cultura buddista della preghiera rispetto a questa definizione, e in quali aspetti si distingue?
Sembra che l’umanità si sia dedicata a qualche forma di “preghiera” fin dagli albori della specie. Man mano che l’essere umano sviluppava la consapevolezza della propria impotenza di fronte alle forze della natura, alla precarietà dell’esistenza e alla mortalità, cominciò a esprimere intensamente sentimenti di supplica, lode o ringraziamento.
Il presidente della SGI Daisaku Ikeda ha scritto che la religione si è sviluppata a partire dalla preghiera, e che l’idea e l’atto della preghiera precedono la forma stessa che le diverse tradizioni religiose hanno dato, di volta in volta, a questa azione primordiale dell’essere umano.
Anche la preghiera buddista può essere considerata come un’espressione concentrata di questi stessi sentimenti di aspirazione, ricerca e apprezzamento. Si distingue, però, per il fatto che il Buddismo colloca il “divino” all’interno della vita del singolo praticante. Lo scopo fondamentale della preghiera buddista è dunque quello di risvegliare le innate capacità interiori di forza, coraggio e saggezza e non invocare forze o divinità esterne.
Inoltre, come in molte pratiche spirituali orientali, è anche importante un’espressione “fisica” della preghiera che, per i praticanti del Buddismo di Nichiren, si concretizza nella lettura – mattina e sera – di due parti del Sutra del Loto e nella recitazione di Nam-myoho-renge-kyo, il nome della Legge mistica che sta alla base della vita stessa e che Nichiren ha preso dal titolo del Sutra del Loto.
Il fatto che la recitazione sia intonata sonoramente esprime il concetto che nel Buddismo di Nichiren Daishonin la preghiera non è puramente una meditazione rivolta all’interno della propria vita, ma un atto che rende manifeste delle qualità interiori potenziali, facendole apparire nel mondo reale.
I buddisti rivolgono la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo a un oggetto di culto, il Gohonzon: questo è un mandala, cioè una rappresentazione simbolica dello stato ideale di Buddità, o Illuminazione, in cui tutte le tendenze e gli impulsi della vita – dai più bassi o degradati ai più alti o nobili – agiscono in armonia per realizzare felicità, creatività e saggezza.
Il Gohonzon non è un “idolo” o un “dio” da supplicare o da ingraziarsi, ma uno strumento per riflettere e un catalizzatore per un positivo cambiamento interiore.
I buddisti della Soka Gakkai vengono incoraggiati a esprimere le proprie preghiere in forma specifica e concreta, focalizzata su problemi, speranze o preoccupazioni che essi affrontano nella vita quotidiana. Il Buddismo del Daishonin – in particolare – evidenzia l’inseparabilità dei “desideri terreni” dall’Illuminazione. Nichiren ha affermato infatti che “bruciando” la “legna” dei nostri desideri attraverso l’azione della preghiera, riusciamo a sviluppare la “fiamma” di una rinnovata energia e la “luce” della nostra saggezza. La preghiera buddista rappresenta quindi il processo attraverso il quale i desideri e le sofferenze vengono trasformati in compassione e saggezza.
Questo percorso implica una riflessione su di sé, e passa necessariamente attraverso il confronto – talvolta doloroso – con le proprie tendenze negative più radicate. «La pratica degli insegnamenti buddisti – scrive Nichiren Daishonin – non ti solleverà affatto dalle sofferenze di nascita e morte a meno che tu non percepisca la vera natura della tua vita. Se cerchi l’Illuminazione al di fuori di te, anche eseguire diecimila pratiche e diecimila buone azioni sarà inutile, come se un povero stesse giorno e notte a contare le ricchezze del suo vicino, senza guadagnare nemmeno un centesimo».
I praticanti, inoltre, sono incoraggiati a legare strettamente la preghiera con le azioni e il comportamento nella vita quotidiana. La preghiera è sincera solo se coerente con l’azione. Per trasformare concretamente la propria vita è necessario quindi attivare determinazione e preghiera, impegno e sincerità.
Secondo l’insegnamento del Daishonin, attraverso la recitazione di Nam-myo-renge-kyo si può attivare la condizione vitale più elevata: la “natura di Budda”. Questo potenziale – presente in ogni forma di vita – è la stessa Legge mistica che permea l’intero infinito universo. La preghiera è il costante processo di riallineare le nostre singole vite (“piccolo io”) con tutti i loro impulsi e desideri, con il ritmo dell’universo vivente (“il grande io”).
Durante questo percorso, definito anche “rivoluzione umana”, vengono attivate pienamente capacità – fino ad allora poco utilizzate o del tutto inespresse – quali conoscenza di sé, saggezza, vitalità e perseveranza. E poiché nella filosofia buddista non esiste separazione tra il mondo interiore degli esseri umani e il loro ambiente, i cambiamenti che avvengono dentro di noi si riflettono anche fuori di noi, nelle situazioni esterne. Sperimentare una “risposta” alle preghiere è il risultato concreto e visibile di questo processo.
Daisaku Ikeda ha scritto che la forma più alta di preghiera è il voto di contribuire alla felicità degli altri e allo sviluppo di una convivenza pacifica sul pianeta.
Questo voto, e le azioni che ne conseguono, armonizzano profondamente le nostre vite con l’infinita vita dell’universo e fanno emergere il nostro io più elevato e nobile.

 

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Le fil rouge

Un legame sottile unisce le letture che scelgo e gli autori che seleziono, inseguendo quasi un’altissima voluta di fumo, che dal cratere di un vulcano ancora attivo pare sospingere lo sguardo e il desiderio verso il cielo.

Mi è capitato ad esempio con la Yourcenar, rileggendo poesie e saggi che rimandano agli orienti del pensiero e accade oggi con il racconto sinuoso e ricco di fascino contenuto nell‘Estasi di Stefano Zecchi.

Che affinità può esserci tra due scrittori così diversi tra loro non saprei proprio dire: un piccolo brano nel romanzo del filoso veneziamo rimanda, però, anch’esso, all’annullamento della soggettività per riallacciarsi all’assoluto, così come la spada invocata dalla grande umanista franco-belga per uccidere il proprio io.

E’ un’aspirazione a ciò che sentiamo più elevato di noi e che attira i nostri più intimi sentimenti anche attraverso la passione e le emozioni.

Il protagonista si chiede: 

Sarebbe mai riuscito ad avere l’amore che fa incontrare la propria limitata creatività con quella infinita della natura? Doveva credere di poterlo raggiungere.

”Credo in questo perché è assurdo” pensò tra sé e ”perché solo l’amore irragionevole è geniale e, contro ogni ragionevolezza non rinuncerò mai ad amare la vita e la morte, il dolore più profondo e il piacere più esaltante,  e potrò unirmi  soltanto a chi non offenderà il mio modo di vedere il mondo e ne avrà nostalgia”

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Lei non è con me

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Scrivere, per esempio: “La notte è stellata,
e tremano, azzurri, gli astri, in lontananza”.
Il vento della notte gira nel cielo e canta.

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 Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Io l’ho amata e a volte anche lei mi amava.
In notti come questa l’ho tenuta tra le braccia.
L’ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.
Lei mi ha amato e a volte anch’io l’amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Pensare che non l’ho più. Sentire che l’ho persa.
Sentire la notte immensa, ancor più immensa senza lei.
E il verso scende sull’anima come la rugiada sul prato.
Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla. 
La notte è stellata e lei non è con me.
Questo è tutto. Lontano, qualcuno canta. Lontano.
La mia anima non si rassegna d’averla persa.
Come per avvicinarla, il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.
La stessa notte che sbianca gli stessi alberi.
Noi, quelli d’allora, gia’ non siamo gli stessi.
Io non l’amo più, è vero, ma quanto l’ho amata.
La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.
D’un altro. Sarà d’un altro. Come prima dei miei baci. 
La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.
Ormai non l’amo più, è vero, ma forse l’amo ancora.
E’ così breve l’amore e così lungo l’oblio.
E siccome in notti come questa l’ho tenuta tra le braccia,
la mia anima non si rassegna d’averla persa.
Benchè questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,
e questi gli ultimi versi che io le scrivo.

 

Pablo Neruda

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Non te ne vai…

R.

E tu te ne vai? Tu te ne vai… no, tu non te ne vai: io ti trattengo… mi lasci nelle mani la tua anima come un mantello.

 
                ( Marguerite Yourcenar )

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La musica

La musica mi trasporta in un mondo in cui il dolore non smette di esistere,

ma si allarga, si placa, diventa insieme più calmo e più profondo, come un torrente che si trasforma in lago.

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(Marguerite Yourcenar)

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Non saprai mai

Non saprai mai che la tua anima viaggia

come in fondo al mio cuore, dolce cuore adottivo;

e che nulla, né il tempo, gli altri amori, gli anni,

 impediranno mai che tu sia stato.603582_330891943728011_8225854371021420444_n

Che la beltà del mondo ha già il tuo viso,

di tua dolcezza vive, splende del tuo chiarore,

e all’orizzonte il pensieroso lago

narra soltanto la tua serenità.

 Non saprai mai che porto la tua anima

come una luce d’oro che rischiara i passi;

 che un po’ della tua voce suona nel mio canto.

Dolce fiaccola i tuoi raggi, dolce braciere la tua fiamma,

mi insegnano il cammino dei tuoi passi,

e un poco ancora vivi, perché ti sopravvivo.

(Marguerite Yourcenar)

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Differente dagli altri

Per la prima volta

provavo il piacere perverso

di essere differente dagli altri;

è difficile non credersi superiori,

quando si soffre di più,

e la visione della gente felice

ci dà la nausea della felicità.

 

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(Marguerite Yourcenar)

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Éloge de la lucidité : Une mise au point éclairante – 1

 
– Matthieu Ricard –
Ho scoperto da qualche anno Matthieru Ricard, biologo ricercatore e monaco buddhista, divenuto il portavoce del Dalai Lama in Occidente.La sua conoscenza mi ha permesso di allargare il mio orizzonte mentale e spirituale, grazie ai suoi insegnamenti che costituiscono una guida per la serenità del vivere.
Ritengo i suoi pensieri molto profondi e le sue indicazioni una via per la saggezza.
Ora è apparso nel suo blog questo articolo molto intressante e perspicace di un autore scelto da lui stesso e quindi sicuramente affidabile, che ci accompagna nella ricerca della lucidità, elemento essenziale dell’intelligenza e presupposto indispensabile per salire sulla vetta del sapere religioso, nel significato proprio del termine, cioè nell’analisi del nostro legame con il Sacro.
Ometto la traduzione in italiano per non alterare la genuinità e la freschezza dello scritto.
*****
Écrit le 8 juillet 2014

A l’occasion de la parution d’Éloge de la lucidité , le dernier ouvrage d’Ilios Kotsou, préfacé par notre ami commun Christophe André, j’ai moi-même ajouté une petite pierre à ce bel édifice sous la forme d’une postface, dont voici une version légèrement modifiées.

La lecture rafraîchissante et ô combien instructive de cet Éloge de la lucidité , permet à tous ceux qui aspirent à s’épanouir dans l’existence de comprendre, grâce aux analyses perspicaces d’Ilios, qu’il importe de ne pas se laisser fasciner par le miroir aux alouettes d’un « bonheur en boîte », par les vaines promesses d’une félicité « facile, rapide et bon marché », par le fast-food de la « méditation 3G », et par l’épuisante poursuite d’une « euphorie perpétuelle » démystifiée par ailleurs par Pascal Bruckner. Personne ne se lève le matin en souhaitant souffrir toute la journée et, si possible, le restant de ses jours, mais sachez-le, si vous courez à la poursuite d’un bonheur « clés en mains », vous lui tournez le dos et ne faites que nourrir obstinément les racines mêmes de vos souffrances.

La recherche de paradis artificiels mène le plus souvent au purgatoire du désenchantement, ou pire aux enfers de la dangereuse illusion individualiste de se croire unique, hors d’une société que l’on rejette mais, qu’à sa manière, l’on fait si bien fonctionner. Mimer le bonheur ne fait que renforcer le mal-être. « Tout homme veut être heureux ; mais, pour parvenir à l’être, il faudrait commencer par savoir ce que c’est que le bonheur, » écrivait Jean-Jacques Rousseau.

Si tous les hommes recherchent, à leur façon, à éviter le malheur et à mener une existence dont ils estiment qu’elle vaut la peine d’être vécue, il y a loin de l’aspiration à la réalisation. Les moyens mêmes de pallier la souffrance servent souvent à l’alimenter. Comment cette tragique méprise peut-elle se produire ?

La première illusion consiste à chercher le bonheur comme s’il constituait une sorte d’entité autonome semblable au gros paquet cadeau que les enfants attendent avec impatience à l’approche de Noël. Or le bonheur n’est pas une « chose », mais un processus dynamique, un fruit qui mûrit grâce à une myriade de causes et de conditions, un sentiment de plénitude et d’accomplissement qui émerge d’un ensemble de qualités dont certaines dépendent des conditions extérieures, tandis que d’autres résultent de vertus que nous avons — à des degrés divers — la faculté de cultiver : la liberté intérieure, la force d’âme, la bienveillance, ainsi qu’un ensemble de capacités, de ressources intérieures qui nous permettent de gérer les hauts et les bas de l’existence.

Il y a beaucoup de naïveté, en particulier, à s’imaginer que seules les conditions extérieures vont assurer notre bonheur. On pourrait s’attendre à ce qu’une gloire ou une richesse soudaine exauce tous nos souhaits, mais il arrive le plus souvent que la satisfaction procurée par de tels événements soit de courte durée et n’augmente en rien notre bien-être. Une étude a montré par exemple que la majorité des gagnants à la loterie ont connu une période de jubilation à la suite de leur bonne fortune, mais qu’un an plus tard ils étaient retombés à leur degré de satisfaction habituel, voire plus bas.

À suivre…

Ilios Kotsou (2014). Éloge de la lucidité . Robert Laffont

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Usura

La parola usura indica pratiche finanziarie proibite dalla Chiesa: quando non c’è produzione o trasformazione di beni concreti, ma solo riscossione di un interesse in denaro sul denaro. Dalla tarda antichità a oggi, l’usura è uno dei grandi problemi che collega e disgiunge economia e morale.

Dove finisce il giusto compenso e dove inizia il lucro che distrugge le esistenze? Tra i vizi capitali fissati dalla Chiesa l’usura rientra nell’avarizia, e l’usuraio pecca perché vende l’intervallo tra il momento in cui presta e quello in cui viene rimborsato con l’interesse: commercia dunque il tempo, che compete solo a Dio. Il veto trovò eccezioni: Tommaso d’Aquino pose le premesse per inserire il tasso di interesse fra i contratti leciti, mentre Bernardino da Siena precisò la distinzione tra usuraio e banchiere, la cui attività consente la circolazione della ricchezza, dato che il prestito è alla base del moderno sistema finanziario.

In questa tensione si fecero strada le donazioni pro remedio animae (per la salvezza dell’anima), destinate a opere di bene, o d’arte, ma le rappresentazioni dei prestatori conservano sempre connotazioni negative. La figura dell’usuraio è legata a quella dell’ebreo: essendo proibite loro quasi tutte le attività, agli ebrei non restava che la medicina e il prestito.

La Chiesa avvertì la necessità di aiutare chi fosse in difficoltà e i francescani, dal 1462, ispirarono e fondarono i Monti di Pietà come istituzioni antiusura.

(Dall’introduzione di Ludovica Sebregondi alla mostra dal titolo ” Denaro e bellezza, I banchieri,Botticelli e il rogo delle vanità”, Pal. Strozzi di Firenze 17.09.11- 22.01. 12)

 

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L’entusiasmo per i mondiali…

tumblr_me0f13PRvR1qzmisto1_500irina-shayk-hot-164343351Irina-Shayk-Sports-Illustrated-Swimsuit-2011-Issue-17Ir2Ir                        E’ tutto per Irina

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Via Veneto addio!

cafè de parisIn questo pezzo, tratto dal quotidiano romano ”Il Tempo”. c’è tutto il degrado della più celebre strada della capitale ef il canto del cigno della poesia che l’avvolgeva dagli anni sessanta.

Mandiamo un pensiero  affettuoso alla vecchia Roma e ad una delle più rinomate attrattive sia per i romani che per i turisti.

La modernità ha travolto tutto con l’arrivo delle mafie e il decaimento del buon gusto e della cultura. Che cosa rimane ornai dei caffè storici e dell’elegante Cafè de Paris. Solo trash e macerie.

*****

È da sempre il simbolo della Dolce Vita ma a via Veneto, di dolce, però, non c’è più nulla. Basta vedere come è ridotto il Cafè de Paris, locale celebre, frequentato tra gli altri da Federico Fellini e Marcello Mastroianni, coinvolto qualche anno fa in un’inchiesta giudiziaria sulla ’ndrangheta, ora chiuso e in stato di completo abbandono. Attraverso i vetri si vedono tavoli e sedie accatastate alla rinfusa, le fioriere esterne sono diventate dei grandi posacenere. I turisti passano, osservano e lanciano sguardi tra sdegno e stupore. Poi ci si guarda un po’ e si vede sporcizia sui marciapiedi, dissesto delle strade, macchine in doppia fila e camion merci che scaricano ad ogni ora, e poi incuria degli spazi verdi, erbacce che crescono ovunque sui marciapiedi, senza tetto che chiedono con insistenza l’elemosina davanti agli alberghi e ai ristoranti quando cala la sera.

È rimasto davvero poco della strada simbolo della Dolce Vita degli anni ’60, consacrata dal film di Fellini, dove tutti, romani e turisti, facevano a gara per sedersi ai tavoli dei suoi caffè all’aperto e poter guardare le vetrine dei negozi più alla moda della città. Attori, vip, personaggi di tutto il mondo l’hanno ammirata, vezzeggiata e si sono immersi nella sua atmosfera facendo diventare via Veneto la location ideale di un set cinematografico. Non solo Fellini. In questi trecento metri nel centro storico romano, da piazza Barberini a Villa Borghese, il cinema e Roma hanno trovato scene e backstage. Ad esempio il signor Max di Mario Camerini del 1937 con Vittorio De Sica e vent’anni dopo il conte Max, sempre con De Sica; il film «Sciuscià», nel 1946, che si apre con una scena girata proprio a via Veneto tra i lustrascarpe del dopoguerra.

Oggi la strada ha perso quel suo fascino antico, diventando una via come tante altre e dimenticando il suo passato. L’Associazione di Via Veneto, che riunisce attività commerciali e alberghi, lancia un grido d’allarme. «Non possiamo assistere senza far nulla al degrado di una delle vie più belle del mondo – dice Pietro Lepore, vicepresidente dell’Associazione, proprietario dell’Harry’s Bar – via Veneto è stata abbandonata dalle istituzioni. L’unico interlocutore che ci ha dimostrato attenzione è stato l’assessore del I Municipio ai lavori pubblici, Tatiana Campioni. Abbiamo molte idee su come rilanciare questa strada e stiamo portando avanti alcuni gemellaggi con paesi come la Russia che ha un turismo di elite da poter convogliare nella Capitale, ma sinceramente ci vergogniamo di far vedere all’estero come è ridotta via Veneto».

Facciamo un giro, allora, per renderci conto meglio della situazione. Ad accompagnarci è Laurent Hudry dell’albergo Sofitel in via Lombardia, colui che sta cercando di portare avanti il gemellaggio con la Russia. Su via Veneto le poche aree verdi esistenti sono realizzate e curate dagli esercenti e, infatti, sono ben tenute. Tutto il resto, alberi, cespugli e aiuole, crescono incolti. Le macchine, i taxi, i camion merci e gli ncc attraversano la strada a tutta velocità. Non ci sono vigili e dunque sono in tanti ad approfittare dei parcheggi in doppia fila.

Poco prima degli archi, verso Porta Pinciana, svoltiamo su via Campania. Ci colpiscono i cinque cassonetti posizionati in fila uno vicino all’altro stracolmi di spazzatura, accanto ad uno dei quali si intravede un carrellino di quelli da supermercato. I marciapiedi sono divelti dalle radici degli alberi, se non guardi bene a terra mentre cammini rischi di cadere ogni metro. Quei marciapiedi sono calpestati ogni giorno da migliaia di turisti che occupano i 12 alberghi posizionati tra via Veneto e le strade limitrofe. ìMi è capitato più volte di imbarazzarmi di fronte allo stupore dei clienti del mio hotel”, ci dice Hudry. Per quanto riguarda, invece, Porta Pinciana, la nostra «guida» ci svela che l’idea sarebbe quella di farla diventare un set cinematografico all’aperto. Sogno che si infrange sulla dura realtà: «I faretti che illuminano gli archi sono fulminati da un paio di anni».

Torniamo indietro verso via Lombardia, giriamo su via Ludovisi e poi prendiamo via Aurora. Ovunque c’è erba alta sui marciapiedi, segno che non viene tagliata da tempo, gli spazi verdi sono diventati dei cestini della spazzatura a cielo aperto. La dice lunga sullo stato di abbandono della zona quel ponteggio su via Aurora messo per impedire il crollo di un muro. La targa che indica l’iter dei lavori attaccata vicino non lascia spazio alle interpretazioni: 2002. Significa che quel muro è diventato pericolante 12 anni fa, ma l’inizio dei lavori è datato 2012. Due anni dopo, però, il ponteggio è ancora lì. In compenso in mezzo ci è cresciuto un albero e tutto intorno altre erbacce e non si vede l’ombra di operai al lavoro.

Damiana Verucci

 

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Watson è meglio

a70168cadaecf825d512f875b5ce2f7fTra Sherlock Holmes e Joan Watson non ho dubbi…

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Unione europea e identità dell’Europa


Alain de Benoist

Intervista ad Alain de Benoist

Nicolas Gauthier, Boulvard Voltaire, 29 maggio 14

Potrebbe essere questo il vostro paradosso personale. Siete militante europeo da lungo tempo. Ma i movimenti dissidenti che vi leggono con assiduità sono spesso inclini a opzioni più nazionalistiche. Come risolvere questa equazione con più incognite, sapendo che non sempre si sa di quale Europa si parla?

Il rimprovero maggiore che si possa fare all’Unione europea è di aver screditato l’Europa, mentre le condizioni oggettive della necessità di un’Europa unita politicamente sono più attuali che mai. Pur considerando che il sovranismo non porta da nessuna parte, perché nessuno Stato da solo è in grado di far fronte alle attuali sfide planetarie, a cominciare dal controllo del sistema finanziario, capisco molto bene le critiche che i sovranisti rivolgono all’Unione europea. Meglio ancora, le condivido poiché la sovranità che si toglie alle nazioni non è riportata a livello sovranazionale, ma sparisce in una sorta di buco nero. E’ abbastanza naturale, in queste circostanze, essere tentati a ripiegare sullo Stato-nazione. Secondo me, però, la parola d’ordine non è “per la Francia contro l’Europa”, ma piuttosto “Per l’Europa, contro Bruxelles”.

Cosa le ispira l’innegabile vittoria del Fronte Nazionale alle ultime elezioni europee ?

Si conferma che i Francesi non possono più vedere, anno dopo anno, dei partiti che si succedono al governo e fanno la stessa politica liberale senza mai mantenere le promesse né ottenere risultati. A torto o a ragione, il FN appare loro, quindi, come l’ultima speranza. Allo stesso tempo, segna una svolta storica (ma bisognerà attendere i risultati delle prossime elezioni regionali per sapere se il FN è diventato davvero il primo partito in Francia): il risultato del partito di Marine Le Pen è ricco di insegnamenti. Innanzitutto mostra che la demonizzazione della quale è stato fatto oggetto non funziona più, perché la gente semplicemente non crede più ad argomenti ripetuti troppe volte per mantenere ancora un senso, ma che questa demonizzazione, la cui mira era quella di delegittimare un concorrente pericoloso trasformandolo in nemico ripugnante e odioso, ha sortito esattamente il risultato opposto, cioè l’installazione del FN al centro della vita politica francese. Come ha spiegato in questi giorni Pierre-André Taguieff a “Le Figaro”, in occasione della pubblicazione del suo eccellente libro Il diavolo in politica: “La propaganda antilepenista in genere ha agito come un potente fattore di crescita del FN”. Quando abbiamo capito questo, capiremo molto. Questa vittoria elettorale mostra anche come Marine Le Pen ha fatto bene a resistere a coloro che la spingevano a posizionarsi come partito della “destra nazionale”. Il FN, ora, supera felicemente il dualismo sinistra-destra. E’ fra i giovani e le classi popolari che ottiene i suoi migliori risultati: alle Europee, il 43% dei lavoratori ha votato per il Fronte, solo l’8 % per il Partito socialista! Questa base popolare dimostra che il FN ha cessato di essere un partito di protesta per diventare un partito in grado di aspirare al potere – rimanendo più che mai l’Ump il suo principale avversario .

Cosa ne pensa della nascita di tutti questi movimenti “identitari” e “euroscettici ” in Europa?

Il loro comune denominatore è ovviamente il populismo. Non dobbiamo dimenticare di ripetere che il populismo non è un’ideologia, ma uno stile e che questo stile è compatibile con orientamenti differenti. D’altronde, basta confrontare il FN con la Lega Nord in Italia, o il Vlaams Belang nelle Fiandre, per vedere come le loro posizioni sono divergenti su regionalismo, programma economico e sociale o sulla “laicità”. L’ascesa dei movimenti populisti riflette ovviamente il discredito dei partiti della Nuova Classe, oggi completamente tagliati fuori dal popolo, e la sfiducia di cui sono oggetto, che alimenta ormai del vero panico morale. E’ evidente anche l’incredibile ampiezza della crisi della rappresentanza. Il FN, che ha vinto le elezioni del 25 maggio, ha solo due o tre membri dell’Assemblea Nazionale. L’Ukip, primo partito britannico, ha superato sia i conservatori e i laburisti, e non ha un solo seggio al Parlamento di Londra! E ci si sorprende che il sistema mostri delle crepe?

In questa fase elettorale, che fare dell’Europa? Ridefinirla? Rimetterla in pista? Farla finita con l’Europa una buona volta per tutte o, al contrario, darle una nuova vita, ammettendo che sia ancora possibile?

L’Europa è oggi un grande corpo malato, paralizzato, bloccato, incapace di definire la sua identità, pronto a uscire dalla storia per diventare oggetto della storia degli altri, come dimostra il suo docile consenso a fondersi in una grande zona di libero scambio atlantico dove le norme ambientali, sanitarie e sociali degli Stati Uniti s’imporranno inevitabilmente. Che l’Europa è stata costruita fin dall’inizio a dispetto del buon senso, dall’alto verso il basso, senza tener conto del principio di sussidiarietà, senza fissare delle frontiere e senza che i popoli siano mai stati fatti partecipi della sua costruzione. E’ fra l’angelismo e l’incoscienza di sé, ha fatto propri i principii del liberalismo più distruttivo. Rimetterla in pista implicherà che ella decida di essere una potenza sovrana, prima di essere un mercato, e che questa potenza sia capace di incarnare un modello di cultura e di civiltà in grado di svolgere il suo ruolo in un mondo ridivenuto multipolare. Ne siamo lontani.

[Traduzione di Manlio Triggiani su @barbadilloit ]


 

 

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Giorgio Faletti: aforismi di un intellettuale popolare

Nelle frasi seguenti c’è un concentrato delle idee e dei sentimenti di Giorgio Faletti, un monstrum nel senso latino del termine, un fenomeno inedito nella storia della cultura popolare del nostro paese.

Sostanzialmente la sua vita è stata la vicenda di un uomo, attore, cantante, cabarettista e scrittore, che ha saputo interpretare lo spirito del suo tempo e dare corpo a paure, emozioni ed aspirazioni della gente comune, senza contorsioni cerebrali né fumose problematiche  lontane dalla realtà di una società sempre in bilico tra dolore e aspettative di riscatto.

A dispetto degl’intellettali di professione, persi nel cielo siderale delle parole fittizie e vuote di senso, Faletti ha dato voce al popolo minuto ed ha raggiunto il successo per la sua semplicità e la sua schiettezza di carattere. E’ stato un personaggio tenace, maliconico ed ironico, dall’intelligenza vivida e brillante, dal talento straordinario nella sua capacità di scrivere e raccontare storie di uomini ed ambienti tratti dall’humus profondo del nostro mondo

”Siete solo nebbia sottile.Quel tratto di nulla sospeso tra bene e male”

”Ho sempre sostituito la paura di non farcela più con la speranza di farcela di nuovo”

”La luna è di tutti e ognuno di noi ha diritto di ululare”

”Erano le illusioni che ogni uomo si trascinava suller spalle, senza accorgersi di trasportare un sacco bucato”

”Solo gli stupidi e gli innocenti non hanno un alibi”

”La terra non ha memoria”

 

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Burosauri

Frustate donnaIl peggior nemico del cittadino? Il burosauro.

E’ una caratteristica tutta italiana o è sparsa per il mondo la spada di Damocle della burocrazia?

Forse sì, forse no.

Sta di fatto che tra i paesi civilizzati del continente europeo, spiccano meravigliose eccezioni in Germania e Francia e Inghilterra e nei paesi nordici, mentre è appannaggio delle terre del meridione un rapporto complicato e spesso inesplicabile con l’amministrazione pubblica. Specialmente italiana.

Da noi pare che chiunque riesca a conquistare un piccolo scranno, in una qualsiasi delle centinaia diramazioni del potere, si senta un piccolo re o un piccolo cesare, deciso ad esercitare la sua pur modesta influenza per inarcarsi e svillaneggiare il prossimo o l’utenza.

Guai ad obiettare qualcosa o a chiedere chiarimenti o confidare in un minimo di collaborazione e correttezza.

Si avrebbe più soddisfazione a chiedere ad un robot una risposta, piuttosto che ad uno dei tanti esemplari della stravagante genìa dei burocrati.

Tanti piccoli fenomeni, che appaiono come incubi nelle inquiete notti del contribuente, il quale dovrebbe poi essere considerato come il vero datore di lavoro d’impiegati e dirigenti di stato, enti locali, parastato o della miriade di soggetti, dotati di rappresentanza e discrezionalità  in nome della collettività.

E’ possibile si tratti di un virus che colpisce chiunque entri a far parte dell’apparato, procurandogli una sorta di amnesia su quello che l’ordinamento preponente, in teoria, si aspetterebbe dai propri funzionari od ausiliari: coadiuvare i poveri sudditi a trovare un’equa e ragionevole soluzione ai vari problemi che affliggono le relazioni con il sovrano.

In realtà si assiste molto spesso, con poche differenze, alla scena ricorrente di un esercito di legionari dell’imperatore, i quali colpiscono alla cieca i comuni mortali trovati sul cammino di una disperata ricerca di un minimo di giustizia e di un giusto rapporto con fisco, urbanistica, proprietà pubblica o privata e così via enumerando.

Insomma il cittadino se non un nemico è sicuramente un avversario da abbattere.

Ricordo le battaglie della buonanima di Bertuzzi, un personaggio che aveva ingaggiato una lotta impari con il sistema, mettendo in atto la strategia della disobbedienza civile e della protesa anche scrivendo su una rubrica giornalistica, ma che dovette soccombere senza ottenere dalla politica nelìmmeno quel piccolo usbergo, per l’uomo comune indifeso di fronte prevaricazioni della burocrazia, rappresentato dal difensore civico, figura ormai storica e ben accreditata nelle comunità civili, ma ancora sconosciuta in Italia, se non nella versione un po’ grottesca, aleatoria ed inefficace, tipica delle finzioni giuridiche di cui abbonda la patria del gattopardismo.

 

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Modigliani, Utrillo e la modella di Picinisco

 

Rosalia fa parte anche lei di quel mondo sfavillante  che è il mondo delle modelle e dei modelli di artista a Parigi, a cavallo tra 1800 e 1900.  Si chiamava Rosalia Tobia e già il cognome ricorda i suoi addentellati anagrafici con Picinisco. La incontriamo nella Parigi scintillante e cosmopolita agli inizi della Terza Repubblica cioè verso il 1875-80, al servizio di una nobildonna romana. Successivamente viene notata e diventa modella di diversi pittori, principalmente di Bouguereau per molti anni, uno degli artisti più ammirati dell’epoca e noto principalmente per le sue composizioni di nudi. Il corpo seducente e flessuoso di Rosalie  è presente in numerosi capolavori di Bouguereau quali ‘Jeunesse’, ‘Les deux baigneuses’, ‘Les agneaux’.  Fu modella anche di altri pittori quali Carolus-Duran e Whistler dal quale, si dice, ebbe il figlio.  Anche lei realmente passata alla eternità, come i privilegiati e i fortunati, grazie ai dipinti di Bouguereau  ma soprattutto e fondamentalmente grazie a quell’infelice grandissimo Modigliani: infatti quando si parla della  esistenza di Amedeo Modigliani ed esattamente dell’epoca della sua vita a Montparnasse dal 1909  fino alla tragica fine nel gennaio 1920, quasi undici anni orrendi, la sua vita è in non poca parte associata e collegata con il personaggio di Rosalie: in effetti tutta la letteratura su Modigliani non può prescindere dalla presenza di Rosalie. Perché dunque?

Allorché giunta ad una certa età –quarantasei anni circa- Rosalia  decide di aprire un locale di ristorazione e così verso il1909 aRue Campagne Première n.3 a Montparnasse che, si ricordi, è uno dei venti quartieri-città che costituiscono l’agglomerato di Parigi, il quartiere degli artisti per antonomasia con Montmartre,  aprì una ‘crèmerie’, un piccolo ristorante, la cui insegna era:  ‘Chez Rosalie’, con quattro tavoli rettangolari dal piano in marmo e i piedi di ghisa lavorata come era costume all’epoca e sei sgabelli, non sedie, a tavolo, quindi una capienza di 24 avventori. Cucina  in gran parte italiana e la clientela corrente, a pranzo,  rappresentata essenzialmente dai muratori attivi nelle numerose costruzioni dei paraggi. Era dunque, pura coincidenza, lo stesso anno del trasferimento dell’artista da Montmartre –ove era arrivato da Livorno nel 1906- a Montparnasse.

Modigliani vi si sfamava quasi regolarmente, da Rosalie era certo di trovare   un piatto  di spaghetti o di fettuccine e un bicchiere di vino. Rosalie aveva una particolare attenzione per i giovani artisti squattrinati, e ne erano tanti a quell’epoca, ma per Amedeo o Modì aveva una attenzione differente, non solo perché era un compatriota ma per i suoi modi,  per il suo fascino, per il suo portamento. E quando non aveva soldi, il che succedeva purtroppo quasi di regola, allora ripagava Rosalie con uno o due disegni. E questo durò per anni. Sovente l’artista vi andava con la sua amante del momento. Tutte si innamoravano di Modigliani e Rosalie era incantata dalla sua bellezza e dal suo discorrere. “Aveva la testa di Antinoo e occhi dalle scintille d’oro. Non assomigliava assolutamente a nessuno al mondo…” così scriverà di lui una di queste donne, una poetessa russa, come leggiamo nella biografia redatta da Augias.  E Rosalie era abituata a tutte le numerose donne che lo accompagnavano tra le quali le più assidue Beatrice, Lunia e infine, per gli ultimi tre anni scarsi della sua vita, principalmente Jeanne. E fu proprio a seguito di questo rapporto diverso che l’artista mise casa con Jeanne a due passi da Chez Rosalie, la quale nelle sue varie interviste ai giornali, ebbe sempre parole di affetto e di commozione per questa giovane donna finita anche lei così miseramente come il molto amato. E lei stessa, Rosalie, racconta che Jeanne quando andava con Amdeo da lei, raccomandava di mettere molto aglio nelle sue pietanze allo scopo di tenere lontane le rivali …

Il locale di Rosalia era divenuto uno dei luoghi di richiamo degli artisti di Montparnasse, un punto di riferimento,  come  la Clôserie des Lilas, la Rotonde, la Coupole. Utrillo vi andava quasi quotidianamente ad inebriarsi del succo di Bacco italico. La splendida spumeggiante Kiki de Montparnasse, l’astro dell’epoca, modella di tutti i più grandi artisti: Modigliani stesso, Soutine, Kisling, Foujita, Man Ray, cantante, ballerina, imprenditrice, donna libera, pittrice, incantatrice, il simbolo di Parigi, immortalata da Hemingway in un libro a lei dedicato, era ospite assidua di ‘Chez Rosalie’. Anche Giuseppe Ungaretti in una nota racconta del suo viaggio di nozze a Parigi e dei pasti consumati ‘chez Rosalie’.

Di Rosalia e del suo piccolo ristorante nel cuore di Montparnasse parla tutta la  letteratura  su quest’epoca scintillante ed irripetibile di Parigi tra le due guerre: era divenuta una istituzione. A parte le frequentazioni di tutti i grandi artisti: Picasso, Matisse, Kiki, Severini e gli scrittori Aragon, Max Jacob, Apollinaire, si raccontano  in particolare con gradimento  le lunghe discussioni non di rado violente pari a baruffe vere e proprie, tra Modigliani e Utrillo più noto come ‘Litrio’  a simbolo inequivocabile della sua sempre attiva propensione verso Bacco! E doveva essere veramente sensazionale lo spettacolo di questi due  giganti dell’arte europea del Novecento seduti al tavolo di ‘Chez Rosalie’ e discutere di arte e di vita e allo stesso tempo mandar giù bottiglie dopo bottiglie di vino mentre la povera Rosalie più essi bevevano più si arrovellava e preoccupava per il futuro pagamento delle libagioni e vedere altresì Suzanne Valadon, la madre di Utrillo, anche lei donna bellissima già modella di Renoir, di Degas, di Toulouse-Lautrec, libera e imprenditrice di sé stessa, ora divenuta eccellente pittrice, che andava da Rosalie per accudire ansiosa al proprio figlio rimasto in fondo sempre infantile oppure vedere i due artisti teneramente abbracciati e completamente  ebbri dormire nello studio di uno dei due. Un altro sconvolgente aspetto della esistenza di Modigliani era il suo stato di ebbrezza ormai permanente:  era divenuto ricorrente rinvenirlo completamente ubriaco in un fosso o sotto una panchina, sotto la pioggia o al freddo, e poi da qualche amico trasportato da Rosalie che, ormai abituata, lo faceva giacere su un sacco nel retro bottega fino al risveglio. 

E che ne è stato delle sicuramente centinaia e centinaia di disegni di Modigliani passati nelle mani di Rosalia? Un valore, rapportato ad oggi, di milioni di Euro? Rosalia, abituata alle opere del Bouguereau e di Carolus-Duran e di Whistler, dove la cura dei particolari naturali era massima, non  capiva, perciò non apprezzava, i disegni del povero Modiglini (‘scarabocchi’ li chiamava!)  e quindi o ci accendeva le fornacelle o li riponeva in qualche scatola nella cantina, preda dei topi. In effetti con suo rammarico, dai disegni non ricavò un soldo! Ricavò invece un bel gruzzolo da un  paesaggio che Utrillo aveva dipinto su una parete del locale e che poi dei compratori americani provvidero a staccare e a portar via.

Nel 1929-1930 Rosalia chiude la sua ‘crèmerie’ e si trasferisce nel Sud della Francia, vicino a Cannes perché quei luoghi le ricordavano, come raccontò in una cronaca giornalistica, la amata Roma e la sua campagna. E qui morì due anni dopo. Era nata nel 1860.

Tra le decine di ritratti di Modigliani ve ne è uno particolare, in collezione privata parigina, intitolato da lui stesso  ‘Rosalia’. La nostra Rosalia?

Altre notizie su Rosalia nel libro “MODELLE E MODELLI CIOCIARI NELL’ARTE EUROPEA  A ROMA, PARIGI, LONDRA NEL 1800-1900”.  Prof. Michele Santulli

 http://www.lazionauta.it/modigliani-utrillo-e-la-modella-di-picinisco/

 

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