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Burosauri

Frustate donnaIl peggior nemico del cittadino? Il burosauro.

E’ una caratteristica tutta italiana o è sparsa per il mondo la spada di Damocle della burocrazia?

Forse sì, forse no.

Sta di fatto che tra i paesi civilizzati del continente europeo, spiccano meravigliose eccezioni in Germania e Francia e Inghilterra e nei paesi nordici, mentre è appannaggio delle terre del meridione un rapporto complicato e spesso inesplicabile con l’amministrazione pubblica. Specialmente italiana.

Da noi pare che chiunque riesca a conquistare un piccolo scranno, in una qualsiasi delle centinaia diramazioni del potere, si senta un piccolo re o un piccolo cesare, deciso ad esercitare la sua pur modesta influenza per inarcarsi e svillaneggiare il prossimo o l’utenza.

Guai ad obiettare qualcosa o a chiedere chiarimenti o confidare in un minimo di collaborazione e correttezza.

Si avrebbe più soddisfazione a chiedere ad un robot una risposta, piuttosto che ad uno dei tanti esemplari della stravagante genìa dei burocrati.

Tanti piccoli fenomeni, che appaiono come incubi nelle inquiete notti del contribuente, il quale dovrebbe poi essere considerato come il vero datore di lavoro d’impiegati e dirigenti di stato, enti locali, parastato o della miriade di soggetti, dotati di rappresentanza e discrezionalità  in nome della collettività.

E’ possibile si tratti di un virus che colpisce chiunque entri a far parte dell’apparato, procurandogli una sorta di amnesia su quello che l’ordinamento preponente, in teoria, si aspetterebbe dai propri funzionari od ausiliari: coadiuvare i poveri sudditi a trovare un’equa e ragionevole soluzione ai vari problemi che affliggono le relazioni con il sovrano.

In realtà si assiste molto spesso, con poche differenze, alla scena ricorrente di un esercito di legionari dell’imperatore, i quali colpiscono alla cieca i comuni mortali trovati sul cammino di una disperata ricerca di un minimo di giustizia e di un giusto rapporto con fisco, urbanistica, proprietà pubblica o privata e così via enumerando.

Insomma il cittadino se non un nemico è sicuramente un avversario da abbattere.

Ricordo le battaglie della buonanima di Bertuzzi, un personaggio che aveva ingaggiato una lotta impari con il sistema, mettendo in atto la strategia della disobbedienza civile e della protesa anche scrivendo su una rubrica giornalistica, ma che dovette soccombere senza ottenere dalla politica nelìmmeno quel piccolo usbergo, per l’uomo comune indifeso di fronte prevaricazioni della burocrazia, rappresentato dal difensore civico, figura ormai storica e ben accreditata nelle comunità civili, ma ancora sconosciuta in Italia, se non nella versione un po’ grottesca, aleatoria ed inefficace, tipica delle finzioni giuridiche di cui abbonda la patria del gattopardismo.

 

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Storia ed estetica

Ma chi l’ha detto che storia ed estetica non possono convivere?

Uno studioso attento come Lucio Villari parla di D’annunzio e della Duse all’interno della temperie culturale novecentesca e subito si avverte che il suo non è un interesse epidermico, ma profondo: nasce dalla passione per la lettura delle opere del vate e della conoscenza della vita artistica di una donna che seppe interpretare il teatro con eccellente maestria in Italia e all’estero.

I due s’incontarono, si amarono e si lasciarono,  senza mai interrompere il legame intellettuale fortissimo che li avvinse per tutta la loro esistenza.

E lo storico ne parla con dovizia di riferimenti letterari, citando anche brani appropriati ai diversi momenti della loro relazione.

Si sente una capacità di discernimento critico abbastanza rara in chi si dedica prevalentemente agli avvenimenti politico-sociali e allo studio del costume di un’epoca.

Eppure si avverte che, senza uno sguardo d’insieme, tenendo conto dei caratteri e della psicologia di personaggi fuori dal comune, protagonisti ed attori nello scenario di un secolo così significativo per i cambiamenti della società europea ed extraeuropea, la visione non sarebbe completa e la realtà del tempo trascorso risulterebbe frammentata.kand4

 

 

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Tra Expo e Mose dov’è l’Italia?

Siamo assuefatti del tutto agli scandali enormi, incredibili, vergognosi in mano ad una partitocrazia vorace e senza scrupoli?

Un barlume di coscienza permane nel tessuto sociale di un paese che affonda nella melma da oltre cinquantanni grazie allo strapotere di  classi politiche e dirigenti, che non offronopiù alcuna garanzia di legalità.

Siamo una nazione? Non più credo da molto tempo, ma un’accolita di tribù di vario tipo, affiliate ai partitanti, dedite al ladrocinio e alla rapina, con in mano le leve di un potere che tramite le leve fiscali succhia il sangue dei cittadini per autoalimentare un sistema mafioso.

Gli ultimi avvenimenti segnano un naufragio di dimensioni apocalittiche dell’etica pubblica e individuale, del senso dello stato e della comunità, della vitalità delle istituzioni, della stessa sopravvivenza di una società profondamente malata, percorsa da un male oscuro e perverso.

La verità per quanto drammatica è questa. parabola-del-naufragoL’Italia non c’è più.

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AFFACCENDARSI

La fucina di VulcanoIl grande sociologo ed economista Vilfredo Pareto aveva individuato nell’attività dell’uomo una parte minima gratificante ed una del tutto ripetitiva e noiosa.

Egli affermava che, in quel che facciamo quotidianamente, c’è una percentuale del 20% piacevole e consapevolmente soddisfacente, mentre il restante 80% è frutto di abitudine e di semplice affaccendamento.

Il Dalai Lama, d’altro canto, appunta la sua attenzione sulla ricerca spasmodica  dell’occuparsi di  qualcosa purchessia, per sentirsi vivi e presenti nella società, anche se il più delle volte questo corrisponde alla paura di essere soli con se stessi e quindi essere costretti a riflettere sulla propria condizione d’infelicità.

In quest’ epoca contrassegnata dall’iperattivismo in tutti campi, non importa tanto dedicarsi a quel che si ritiene interessante e coinvolgente, concentrandosi sul risultato desiderato con tutte le proprie energie, quanto il sentirsi superficialmente impegnati, riempiendo, con mille atti non significativi,tutto il tempo a disposizione nella giornata.

La parola d’ordine è affacendarsi per non essere inutili, ignorando che è proprio questo il modo di sprecare la propria esistenza.

 

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