L’entusiasmo per i mondiali…

tumblr_me0f13PRvR1qzmisto1_500irina-shayk-hot-164343351Irina-Shayk-Sports-Illustrated-Swimsuit-2011-Issue-17Ir2Ir                        E’ tutto per Irina

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari

Via Veneto addio!

cafè de parisIn questo pezzo, tratto dal quotidiano romano ”Il Tempo”. c’è tutto il degrado della più celebre strada della capitale ef il canto del cigno della poesia che l’avvolgeva dagli anni sessanta.

Mandiamo un pensiero  affettuoso alla vecchia Roma e ad una delle più rinomate attrattive sia per i romani che per i turisti.

La modernità ha travolto tutto con l’arrivo delle mafie e il decaimento del buon gusto e della cultura. Che cosa rimane ornai dei caffè storici e dell’elegante Cafè de Paris. Solo trash e macerie.

*****

È da sempre il simbolo della Dolce Vita ma a via Veneto, di dolce, però, non c’è più nulla. Basta vedere come è ridotto il Cafè de Paris, locale celebre, frequentato tra gli altri da Federico Fellini e Marcello Mastroianni, coinvolto qualche anno fa in un’inchiesta giudiziaria sulla ’ndrangheta, ora chiuso e in stato di completo abbandono. Attraverso i vetri si vedono tavoli e sedie accatastate alla rinfusa, le fioriere esterne sono diventate dei grandi posacenere. I turisti passano, osservano e lanciano sguardi tra sdegno e stupore. Poi ci si guarda un po’ e si vede sporcizia sui marciapiedi, dissesto delle strade, macchine in doppia fila e camion merci che scaricano ad ogni ora, e poi incuria degli spazi verdi, erbacce che crescono ovunque sui marciapiedi, senza tetto che chiedono con insistenza l’elemosina davanti agli alberghi e ai ristoranti quando cala la sera.

È rimasto davvero poco della strada simbolo della Dolce Vita degli anni ’60, consacrata dal film di Fellini, dove tutti, romani e turisti, facevano a gara per sedersi ai tavoli dei suoi caffè all’aperto e poter guardare le vetrine dei negozi più alla moda della città. Attori, vip, personaggi di tutto il mondo l’hanno ammirata, vezzeggiata e si sono immersi nella sua atmosfera facendo diventare via Veneto la location ideale di un set cinematografico. Non solo Fellini. In questi trecento metri nel centro storico romano, da piazza Barberini a Villa Borghese, il cinema e Roma hanno trovato scene e backstage. Ad esempio il signor Max di Mario Camerini del 1937 con Vittorio De Sica e vent’anni dopo il conte Max, sempre con De Sica; il film «Sciuscià», nel 1946, che si apre con una scena girata proprio a via Veneto tra i lustrascarpe del dopoguerra.

Oggi la strada ha perso quel suo fascino antico, diventando una via come tante altre e dimenticando il suo passato. L’Associazione di Via Veneto, che riunisce attività commerciali e alberghi, lancia un grido d’allarme. «Non possiamo assistere senza far nulla al degrado di una delle vie più belle del mondo – dice Pietro Lepore, vicepresidente dell’Associazione, proprietario dell’Harry’s Bar – via Veneto è stata abbandonata dalle istituzioni. L’unico interlocutore che ci ha dimostrato attenzione è stato l’assessore del I Municipio ai lavori pubblici, Tatiana Campioni. Abbiamo molte idee su come rilanciare questa strada e stiamo portando avanti alcuni gemellaggi con paesi come la Russia che ha un turismo di elite da poter convogliare nella Capitale, ma sinceramente ci vergogniamo di far vedere all’estero come è ridotta via Veneto».

Facciamo un giro, allora, per renderci conto meglio della situazione. Ad accompagnarci è Laurent Hudry dell’albergo Sofitel in via Lombardia, colui che sta cercando di portare avanti il gemellaggio con la Russia. Su via Veneto le poche aree verdi esistenti sono realizzate e curate dagli esercenti e, infatti, sono ben tenute. Tutto il resto, alberi, cespugli e aiuole, crescono incolti. Le macchine, i taxi, i camion merci e gli ncc attraversano la strada a tutta velocità. Non ci sono vigili e dunque sono in tanti ad approfittare dei parcheggi in doppia fila.

Poco prima degli archi, verso Porta Pinciana, svoltiamo su via Campania. Ci colpiscono i cinque cassonetti posizionati in fila uno vicino all’altro stracolmi di spazzatura, accanto ad uno dei quali si intravede un carrellino di quelli da supermercato. I marciapiedi sono divelti dalle radici degli alberi, se non guardi bene a terra mentre cammini rischi di cadere ogni metro. Quei marciapiedi sono calpestati ogni giorno da migliaia di turisti che occupano i 12 alberghi posizionati tra via Veneto e le strade limitrofe. ìMi è capitato più volte di imbarazzarmi di fronte allo stupore dei clienti del mio hotel”, ci dice Hudry. Per quanto riguarda, invece, Porta Pinciana, la nostra «guida» ci svela che l’idea sarebbe quella di farla diventare un set cinematografico all’aperto. Sogno che si infrange sulla dura realtà: «I faretti che illuminano gli archi sono fulminati da un paio di anni».

Torniamo indietro verso via Lombardia, giriamo su via Ludovisi e poi prendiamo via Aurora. Ovunque c’è erba alta sui marciapiedi, segno che non viene tagliata da tempo, gli spazi verdi sono diventati dei cestini della spazzatura a cielo aperto. La dice lunga sullo stato di abbandono della zona quel ponteggio su via Aurora messo per impedire il crollo di un muro. La targa che indica l’iter dei lavori attaccata vicino non lascia spazio alle interpretazioni: 2002. Significa che quel muro è diventato pericolante 12 anni fa, ma l’inizio dei lavori è datato 2012. Due anni dopo, però, il ponteggio è ancora lì. In compenso in mezzo ci è cresciuto un albero e tutto intorno altre erbacce e non si vede l’ombra di operai al lavoro.

Damiana Verucci

 

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari

Watson è meglio

a70168cadaecf825d512f875b5ce2f7fTra Sherlock Holmes e Joan Watson non ho dubbi…

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari

Unione europea e identità dell’Europa


Alain de Benoist

Intervista ad Alain de Benoist

Nicolas Gauthier, Boulvard Voltaire, 29 maggio 14

Potrebbe essere questo il vostro paradosso personale. Siete militante europeo da lungo tempo. Ma i movimenti dissidenti che vi leggono con assiduità sono spesso inclini a opzioni più nazionalistiche. Come risolvere questa equazione con più incognite, sapendo che non sempre si sa di quale Europa si parla?

Il rimprovero maggiore che si possa fare all’Unione europea è di aver screditato l’Europa, mentre le condizioni oggettive della necessità di un’Europa unita politicamente sono più attuali che mai. Pur considerando che il sovranismo non porta da nessuna parte, perché nessuno Stato da solo è in grado di far fronte alle attuali sfide planetarie, a cominciare dal controllo del sistema finanziario, capisco molto bene le critiche che i sovranisti rivolgono all’Unione europea. Meglio ancora, le condivido poiché la sovranità che si toglie alle nazioni non è riportata a livello sovranazionale, ma sparisce in una sorta di buco nero. E’ abbastanza naturale, in queste circostanze, essere tentati a ripiegare sullo Stato-nazione. Secondo me, però, la parola d’ordine non è “per la Francia contro l’Europa”, ma piuttosto “Per l’Europa, contro Bruxelles”.

Cosa le ispira l’innegabile vittoria del Fronte Nazionale alle ultime elezioni europee ?

Si conferma che i Francesi non possono più vedere, anno dopo anno, dei partiti che si succedono al governo e fanno la stessa politica liberale senza mai mantenere le promesse né ottenere risultati. A torto o a ragione, il FN appare loro, quindi, come l’ultima speranza. Allo stesso tempo, segna una svolta storica (ma bisognerà attendere i risultati delle prossime elezioni regionali per sapere se il FN è diventato davvero il primo partito in Francia): il risultato del partito di Marine Le Pen è ricco di insegnamenti. Innanzitutto mostra che la demonizzazione della quale è stato fatto oggetto non funziona più, perché la gente semplicemente non crede più ad argomenti ripetuti troppe volte per mantenere ancora un senso, ma che questa demonizzazione, la cui mira era quella di delegittimare un concorrente pericoloso trasformandolo in nemico ripugnante e odioso, ha sortito esattamente il risultato opposto, cioè l’installazione del FN al centro della vita politica francese. Come ha spiegato in questi giorni Pierre-André Taguieff a “Le Figaro”, in occasione della pubblicazione del suo eccellente libro Il diavolo in politica: “La propaganda antilepenista in genere ha agito come un potente fattore di crescita del FN”. Quando abbiamo capito questo, capiremo molto. Questa vittoria elettorale mostra anche come Marine Le Pen ha fatto bene a resistere a coloro che la spingevano a posizionarsi come partito della “destra nazionale”. Il FN, ora, supera felicemente il dualismo sinistra-destra. E’ fra i giovani e le classi popolari che ottiene i suoi migliori risultati: alle Europee, il 43% dei lavoratori ha votato per il Fronte, solo l’8 % per il Partito socialista! Questa base popolare dimostra che il FN ha cessato di essere un partito di protesta per diventare un partito in grado di aspirare al potere – rimanendo più che mai l’Ump il suo principale avversario .

Cosa ne pensa della nascita di tutti questi movimenti “identitari” e “euroscettici ” in Europa?

Il loro comune denominatore è ovviamente il populismo. Non dobbiamo dimenticare di ripetere che il populismo non è un’ideologia, ma uno stile e che questo stile è compatibile con orientamenti differenti. D’altronde, basta confrontare il FN con la Lega Nord in Italia, o il Vlaams Belang nelle Fiandre, per vedere come le loro posizioni sono divergenti su regionalismo, programma economico e sociale o sulla “laicità”. L’ascesa dei movimenti populisti riflette ovviamente il discredito dei partiti della Nuova Classe, oggi completamente tagliati fuori dal popolo, e la sfiducia di cui sono oggetto, che alimenta ormai del vero panico morale. E’ evidente anche l’incredibile ampiezza della crisi della rappresentanza. Il FN, che ha vinto le elezioni del 25 maggio, ha solo due o tre membri dell’Assemblea Nazionale. L’Ukip, primo partito britannico, ha superato sia i conservatori e i laburisti, e non ha un solo seggio al Parlamento di Londra! E ci si sorprende che il sistema mostri delle crepe?

In questa fase elettorale, che fare dell’Europa? Ridefinirla? Rimetterla in pista? Farla finita con l’Europa una buona volta per tutte o, al contrario, darle una nuova vita, ammettendo che sia ancora possibile?

L’Europa è oggi un grande corpo malato, paralizzato, bloccato, incapace di definire la sua identità, pronto a uscire dalla storia per diventare oggetto della storia degli altri, come dimostra il suo docile consenso a fondersi in una grande zona di libero scambio atlantico dove le norme ambientali, sanitarie e sociali degli Stati Uniti s’imporranno inevitabilmente. Che l’Europa è stata costruita fin dall’inizio a dispetto del buon senso, dall’alto verso il basso, senza tener conto del principio di sussidiarietà, senza fissare delle frontiere e senza che i popoli siano mai stati fatti partecipi della sua costruzione. E’ fra l’angelismo e l’incoscienza di sé, ha fatto propri i principii del liberalismo più distruttivo. Rimetterla in pista implicherà che ella decida di essere una potenza sovrana, prima di essere un mercato, e che questa potenza sia capace di incarnare un modello di cultura e di civiltà in grado di svolgere il suo ruolo in un mondo ridivenuto multipolare. Ne siamo lontani.

[Traduzione di Manlio Triggiani su @barbadilloit ]


 

 

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari

Giorgio Faletti: aforismi di un intellettuale popolare

Nelle frasi seguenti c’è un concentrato delle idee e dei sentimenti di Giorgio Faletti, un monstrum nel senso latino del termine, un fenomeno inedito nella storia della cultura popolare del nostro paese.

Sostanzialmente la sua vita è stata la vicenda di un uomo, attore, cantante, cabarettista e scrittore, che ha saputo interpretare lo spirito del suo tempo e dare corpo a paure, emozioni ed aspirazioni della gente comune, senza contorsioni cerebrali né fumose problematiche  lontane dalla realtà di una società sempre in bilico tra dolore e aspettative di riscatto.

A dispetto degl’intellettali di professione, persi nel cielo siderale delle parole fittizie e vuote di senso, Faletti ha dato voce al popolo minuto ed ha raggiunto il successo per la sua semplicità e la sua schiettezza di carattere. E’ stato un personaggio tenace, maliconico ed ironico, dall’intelligenza vivida e brillante, dal talento straordinario nella sua capacità di scrivere e raccontare storie di uomini ed ambienti tratti dall’humus profondo del nostro mondo

”Siete solo nebbia sottile.Quel tratto di nulla sospeso tra bene e male”

”Ho sempre sostituito la paura di non farcela più con la speranza di farcela di nuovo”

”La luna è di tutti e ognuno di noi ha diritto di ululare”

”Erano le illusioni che ogni uomo si trascinava suller spalle, senza accorgersi di trasportare un sacco bucato”

”Solo gli stupidi e gli innocenti non hanno un alibi”

”La terra non ha memoria”

 

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari, costume, letteratura

Burosauri

Frustate donnaIl peggior nemico del cittadino? Il burosauro.

E’ una caratteristica tutta italiana o è sparsa per il mondo la spada di Damocle della burocrazia?

Forse sì, forse no.

Sta di fatto che tra i paesi civilizzati del continente europeo, spiccano meravigliose eccezioni in Germania e Francia e Inghilterra e nei paesi nordici, mentre è appannaggio delle terre del meridione un rapporto complicato e spesso inesplicabile con l’amministrazione pubblica. Specialmente italiana.

Da noi pare che chiunque riesca a conquistare un piccolo scranno, in una qualsiasi delle centinaia diramazioni del potere, si senta un piccolo re o un piccolo cesare, deciso ad esercitare la sua pur modesta influenza per inarcarsi e svillaneggiare il prossimo o l’utenza.

Guai ad obiettare qualcosa o a chiedere chiarimenti o confidare in un minimo di collaborazione e correttezza.

Si avrebbe più soddisfazione a chiedere ad un robot una risposta, piuttosto che ad uno dei tanti esemplari della stravagante genìa dei burocrati.

Tanti piccoli fenomeni, che appaiono come incubi nelle inquiete notti del contribuente, il quale dovrebbe poi essere considerato come il vero datore di lavoro d’impiegati e dirigenti di stato, enti locali, parastato o della miriade di soggetti, dotati di rappresentanza e discrezionalità  in nome della collettività.

E’ possibile si tratti di un virus che colpisce chiunque entri a far parte dell’apparato, procurandogli una sorta di amnesia su quello che l’ordinamento preponente, in teoria, si aspetterebbe dai propri funzionari od ausiliari: coadiuvare i poveri sudditi a trovare un’equa e ragionevole soluzione ai vari problemi che affliggono le relazioni con il sovrano.

In realtà si assiste molto spesso, con poche differenze, alla scena ricorrente di un esercito di legionari dell’imperatore, i quali colpiscono alla cieca i comuni mortali trovati sul cammino di una disperata ricerca di un minimo di giustizia e di un giusto rapporto con fisco, urbanistica, proprietà pubblica o privata e così via enumerando.

Insomma il cittadino se non un nemico è sicuramente un avversario da abbattere.

Ricordo le battaglie della buonanima di Bertuzzi, un personaggio che aveva ingaggiato una lotta impari con il sistema, mettendo in atto la strategia della disobbedienza civile e della protesa anche scrivendo su una rubrica giornalistica, ma che dovette soccombere senza ottenere dalla politica nelìmmeno quel piccolo usbergo, per l’uomo comune indifeso di fronte prevaricazioni della burocrazia, rappresentato dal difensore civico, figura ormai storica e ben accreditata nelle comunità civili, ma ancora sconosciuta in Italia, se non nella versione un po’ grottesca, aleatoria ed inefficace, tipica delle finzioni giuridiche di cui abbonda la patria del gattopardismo.

 

Lascia un commento

Archiviato in antropologia, costume, politica, potere, società

Modigliani, Utrillo e la modella di Picinisco

 

Rosalia fa parte anche lei di quel mondo sfavillante  che è il mondo delle modelle e dei modelli di artista a Parigi, a cavallo tra 1800 e 1900.  Si chiamava Rosalia Tobia e già il cognome ricorda i suoi addentellati anagrafici con Picinisco. La incontriamo nella Parigi scintillante e cosmopolita agli inizi della Terza Repubblica cioè verso il 1875-80, al servizio di una nobildonna romana. Successivamente viene notata e diventa modella di diversi pittori, principalmente di Bouguereau per molti anni, uno degli artisti più ammirati dell’epoca e noto principalmente per le sue composizioni di nudi. Il corpo seducente e flessuoso di Rosalie  è presente in numerosi capolavori di Bouguereau quali ‘Jeunesse’, ‘Les deux baigneuses’, ‘Les agneaux’.  Fu modella anche di altri pittori quali Carolus-Duran e Whistler dal quale, si dice, ebbe il figlio.  Anche lei realmente passata alla eternità, come i privilegiati e i fortunati, grazie ai dipinti di Bouguereau  ma soprattutto e fondamentalmente grazie a quell’infelice grandissimo Modigliani: infatti quando si parla della  esistenza di Amedeo Modigliani ed esattamente dell’epoca della sua vita a Montparnasse dal 1909  fino alla tragica fine nel gennaio 1920, quasi undici anni orrendi, la sua vita è in non poca parte associata e collegata con il personaggio di Rosalie: in effetti tutta la letteratura su Modigliani non può prescindere dalla presenza di Rosalie. Perché dunque?

Allorché giunta ad una certa età –quarantasei anni circa- Rosalia  decide di aprire un locale di ristorazione e così verso il1909 aRue Campagne Première n.3 a Montparnasse che, si ricordi, è uno dei venti quartieri-città che costituiscono l’agglomerato di Parigi, il quartiere degli artisti per antonomasia con Montmartre,  aprì una ‘crèmerie’, un piccolo ristorante, la cui insegna era:  ‘Chez Rosalie’, con quattro tavoli rettangolari dal piano in marmo e i piedi di ghisa lavorata come era costume all’epoca e sei sgabelli, non sedie, a tavolo, quindi una capienza di 24 avventori. Cucina  in gran parte italiana e la clientela corrente, a pranzo,  rappresentata essenzialmente dai muratori attivi nelle numerose costruzioni dei paraggi. Era dunque, pura coincidenza, lo stesso anno del trasferimento dell’artista da Montmartre –ove era arrivato da Livorno nel 1906- a Montparnasse.

Modigliani vi si sfamava quasi regolarmente, da Rosalie era certo di trovare   un piatto  di spaghetti o di fettuccine e un bicchiere di vino. Rosalie aveva una particolare attenzione per i giovani artisti squattrinati, e ne erano tanti a quell’epoca, ma per Amedeo o Modì aveva una attenzione differente, non solo perché era un compatriota ma per i suoi modi,  per il suo fascino, per il suo portamento. E quando non aveva soldi, il che succedeva purtroppo quasi di regola, allora ripagava Rosalie con uno o due disegni. E questo durò per anni. Sovente l’artista vi andava con la sua amante del momento. Tutte si innamoravano di Modigliani e Rosalie era incantata dalla sua bellezza e dal suo discorrere. “Aveva la testa di Antinoo e occhi dalle scintille d’oro. Non assomigliava assolutamente a nessuno al mondo…” così scriverà di lui una di queste donne, una poetessa russa, come leggiamo nella biografia redatta da Augias.  E Rosalie era abituata a tutte le numerose donne che lo accompagnavano tra le quali le più assidue Beatrice, Lunia e infine, per gli ultimi tre anni scarsi della sua vita, principalmente Jeanne. E fu proprio a seguito di questo rapporto diverso che l’artista mise casa con Jeanne a due passi da Chez Rosalie, la quale nelle sue varie interviste ai giornali, ebbe sempre parole di affetto e di commozione per questa giovane donna finita anche lei così miseramente come il molto amato. E lei stessa, Rosalie, racconta che Jeanne quando andava con Amdeo da lei, raccomandava di mettere molto aglio nelle sue pietanze allo scopo di tenere lontane le rivali …

Il locale di Rosalia era divenuto uno dei luoghi di richiamo degli artisti di Montparnasse, un punto di riferimento,  come  la Clôserie des Lilas, la Rotonde, la Coupole. Utrillo vi andava quasi quotidianamente ad inebriarsi del succo di Bacco italico. La splendida spumeggiante Kiki de Montparnasse, l’astro dell’epoca, modella di tutti i più grandi artisti: Modigliani stesso, Soutine, Kisling, Foujita, Man Ray, cantante, ballerina, imprenditrice, donna libera, pittrice, incantatrice, il simbolo di Parigi, immortalata da Hemingway in un libro a lei dedicato, era ospite assidua di ‘Chez Rosalie’. Anche Giuseppe Ungaretti in una nota racconta del suo viaggio di nozze a Parigi e dei pasti consumati ‘chez Rosalie’.

Di Rosalia e del suo piccolo ristorante nel cuore di Montparnasse parla tutta la  letteratura  su quest’epoca scintillante ed irripetibile di Parigi tra le due guerre: era divenuta una istituzione. A parte le frequentazioni di tutti i grandi artisti: Picasso, Matisse, Kiki, Severini e gli scrittori Aragon, Max Jacob, Apollinaire, si raccontano  in particolare con gradimento  le lunghe discussioni non di rado violente pari a baruffe vere e proprie, tra Modigliani e Utrillo più noto come ‘Litrio’  a simbolo inequivocabile della sua sempre attiva propensione verso Bacco! E doveva essere veramente sensazionale lo spettacolo di questi due  giganti dell’arte europea del Novecento seduti al tavolo di ‘Chez Rosalie’ e discutere di arte e di vita e allo stesso tempo mandar giù bottiglie dopo bottiglie di vino mentre la povera Rosalie più essi bevevano più si arrovellava e preoccupava per il futuro pagamento delle libagioni e vedere altresì Suzanne Valadon, la madre di Utrillo, anche lei donna bellissima già modella di Renoir, di Degas, di Toulouse-Lautrec, libera e imprenditrice di sé stessa, ora divenuta eccellente pittrice, che andava da Rosalie per accudire ansiosa al proprio figlio rimasto in fondo sempre infantile oppure vedere i due artisti teneramente abbracciati e completamente  ebbri dormire nello studio di uno dei due. Un altro sconvolgente aspetto della esistenza di Modigliani era il suo stato di ebbrezza ormai permanente:  era divenuto ricorrente rinvenirlo completamente ubriaco in un fosso o sotto una panchina, sotto la pioggia o al freddo, e poi da qualche amico trasportato da Rosalie che, ormai abituata, lo faceva giacere su un sacco nel retro bottega fino al risveglio. 

E che ne è stato delle sicuramente centinaia e centinaia di disegni di Modigliani passati nelle mani di Rosalia? Un valore, rapportato ad oggi, di milioni di Euro? Rosalia, abituata alle opere del Bouguereau e di Carolus-Duran e di Whistler, dove la cura dei particolari naturali era massima, non  capiva, perciò non apprezzava, i disegni del povero Modiglini (‘scarabocchi’ li chiamava!)  e quindi o ci accendeva le fornacelle o li riponeva in qualche scatola nella cantina, preda dei topi. In effetti con suo rammarico, dai disegni non ricavò un soldo! Ricavò invece un bel gruzzolo da un  paesaggio che Utrillo aveva dipinto su una parete del locale e che poi dei compratori americani provvidero a staccare e a portar via.

Nel 1929-1930 Rosalia chiude la sua ‘crèmerie’ e si trasferisce nel Sud della Francia, vicino a Cannes perché quei luoghi le ricordavano, come raccontò in una cronaca giornalistica, la amata Roma e la sua campagna. E qui morì due anni dopo. Era nata nel 1860.

Tra le decine di ritratti di Modigliani ve ne è uno particolare, in collezione privata parigina, intitolato da lui stesso  ‘Rosalia’. La nostra Rosalia?

Altre notizie su Rosalia nel libro “MODELLE E MODELLI CIOCIARI NELL’ARTE EUROPEA  A ROMA, PARIGI, LONDRA NEL 1800-1900”.  Prof. Michele Santulli

 http://www.lazionauta.it/modigliani-utrillo-e-la-modella-di-picinisco/

 

Lascia un commento

Archiviato in arte, curiosità, Pittori, Uncategorized

Mysteria

rodgerschultz01L’inizio dei Mysteria si perde nella notte dei tempi. Sono accertati da documenti del VII secolo a.C., ma si hanno varie testimonianze della loro esistenza in epoca micenea (secoli XVI-XIII). Il culto è chiaramente di origine pre-ellenica e rimanda alle Dee Madri, presenti in tutto il Mediterraneo da tempi immemorabili.

Con i decreti di Teodosio il Grande, l’imperatore cristiano che dichiarò il cristianesimo religione di stato, la storia bimellenaria dei Mysteria giunse al suo termine. Nel periodo compreso tra il 391 e il 393 d.C. la persecuzione contro i pagani venne intensificata e i loro templi vennero chiusi e la stessa fine fece il santuario di Eleusi. Il santuario venne incendiato nel 396 d.C. dai Goti guidati da Alarico.

*****

Nelle Leggi Cicerone scrive:

“… initiaque ut appellantur ita re vera principia vitae cognovimus neque solum cum laetitia vivendi rationem accepimus sed etiam cum spe meliore moriendi (… abbiamo conosciuto gli initia, i veri principi della vita, ed abbiamo ricevuto non solo una ragione per vivere lietamente, ma anche un motivo per morire con una migliore speranza)”.

Plutarco pensa:

”Al momento della morte l’anima prova un’esperienza simile a quella di coloro che sono iniziati ai misteri … All’inizio vagare smarriti, faticoso andare in cerchio, paurosi percorsi nel buio, che non conducono in alcun luogo. Prima della fine il timore, il brivido, il tremito, i sudori freddi e lo spavento sono al culmine. E poi una luce meravigliosa si offre agli occhi, si passa in luoghi puri e prati dove echeggiano suoni, dove si vedono danze; solenni sacre parole e visioni divine ispirano un rispetto religioso. E là l’iniziato, ormai perfettamente liberato e sciolto da ogni vincolo, si aggira, incoronato da una ghirlanda, celebrando la festa insieme agli altri consacrati e puri, e guarda dall’alto la folla non iniziata, non purificata nel fango e nelle tenebre, e, per timore della morte, attardarsi fra i mali invece di credere nella felicità dell’aldilà”.

Plutarco, Fragmenta 168 Sandbach = Stobeo 4, 52, 49.

 http://www.maat.it/livello2/misteri-eleusini.htm


 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Archiviato in religione, storia

Gavoi: undicesima edizione del festival letterario della Sardegna

Si è arrivati all’undicesima edizione ed il festival di Gavoi tende a qualificarsi per una manifestazione aperta all’Europa.

Incontri all’aperto da oggi al 6 luglio.

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari

La canoa è pronta

C_0_articolo_323605_immagine

 

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari

Tutti al mare

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari

Il gotico fiorito

Il discorso del premier al parlamento europeo pare sia stato deginito un esempio di gotico fiorito, nel quale gli aggettivi superavano largamente i sostantivi.

In effetti fra tutte le buone intenzioni del capo del governo ne manca una fondamentale: quella di privilegiare la sostanza degli atti rispetto alla pura ispirazione. Non che l’ispirazione non conti, anzi essa è fondamentale specialmente quando si riferisce a nobili principi, ma senza la concretezza di fatti qualificanti nella direzione della seria innovazione e del profondo cambiamento, si rischia di lasciare che tutto si risolva in un’immane lettera morta.

I mutamenti di rotta sono sempre possibili ed auspicabile in un paese allo stremo delle sue forze e bisognoso non tanto di parole fiorite e frasi altisonanti, quanto di esempi concreti.Altrimenti l’euroscetticismo e l’antipolitica guadagneranno nuove posizioni.

Lascia un commento

Archiviato in politica, potere

maffesoliMichel Maffesoli

 

Fautore di un paganesimo filosofico che rompe le grandi costruzioni ideali, teorizzatore di una società neo-tribale retta dall’eros più che dalle ideologie, il settantenne filosofo e sociologo francese è presente oggi alla Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. Il tema della manifestazione tra l’alto è «Fortuna/Destino», concetti con cui la tradizione culturale occidentale ha avuto a che fare sin dalle origini.

Lascia un commento

luglio 2, 2014 · 2:55 pm

Lei ballava il Sirtaki

http://youtu.be/uyzkmX-q0Do

…ed incantava come nessun’ altra

Lascia un commento

luglio 2, 2014 · 6:35 am

“Fare l’istrice…

“Fare l’istrice”amoreEterno_dett

E’ la riflessione amara di Carlo Verdone nel suo film ”L’amore è eterno finché dura”.

A rivederlo oggi non cambiano le impressioni ed i pensieri suscitati dalla vicenda cinematografica.

Verrebbe da dire, con Shakespeare, che viviamo tempi sempre più ”schiodati”… ed inaffidabili sul piano delle relazioni umane e sentimentali.

Ci si riscatta col senso dell’umorismo un po’ amaro, che accompagna sempre le storie raccontate da questo sensibile e valente (attore e) regista, il quale porta in ogni sua opera il patrimonio d’idee e buon gusto, il senso critico, il dotto insegnamento del suo amato genitore, il Prof Mario Verdone.

Il sangue non è acqua evidentemente.

Lascia un commento

luglio 1, 2014 · 6:58 pm

Albergo Italia

Albergo Italia

Guido Ceronetti cosa direbbe oggi, su questo argomento, già appassionato e dolente, al momento della stesura del libro?

Lascia un commento

luglio 1, 2014 · 6:41 pm

Fascino orientale moderno

Fascino orientale moderno

Lascia un commento

luglio 1, 2014 · 6:34 pm

Fascino orientale antico

Fascino orientale antico

Lascia un commento

luglio 1, 2014 · 6:31 pm

Luglio

Luglio

Lascia un commento

luglio 1, 2014 · 6:28 pm

Farfalline

Farfalline

Lascia un commento

luglio 1, 2014 · 6:09 pm

Tatuaggi

Tatuaggi

Lascia un commento

luglio 1, 2014 · 6:02 pm

Le banche e il risparmio

Vi è mai venuto il sospetto che le banche, anziché i vostri sudati e piccoli risparmi, tutelino anzitutto la loro prosperità a furia di balzelli, interessi, provvigioni e quant’altro, proprio nel momento in cui mostrano di darvi indicazioni e suggerimenti per la vostra sicurezza?

A me sì.

Penso soprattutto agli stratagemmi e alla strategia della seduzione sull’utilità d’investimenti nel lungo periodo, sostanzialmente posti in essere per vincolare il vostro deposito per lunghi e penosi anni di attesa in buoni e improbabili risultati, in modo che sui vostri soldi ci si possa liberamente lucrare, rendendoveli alla fine praticamente indisponibili.

Una specie di sequestro a tempo indeterminato mi appare il fine neppure tanto nascosto di queste benemerite istituzioni, croce e delizia dei poveri ingenui.Immagine

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari

Sufismo e tantrismo nel Bengala

Lascia un commento

giugno 30, 2014 · 2:51 pm

L’ultimo dei grandi Cesari

La durata della vita umana non è che un punto e la sostanza è un flusso, e nebulose ne sono le percezioni, e la composizione del corpo è corruttibile, e l’anima è un turbine, e la fortuna imperscrutabile, e la fama cosa insensata … E dunque, cosa c’è che possa guidare un uomo? Una cosa e solo una, la filosofia“.

 

Alcuni anni dopo la morte di Epitteto di Ierapoli (135 d.C. circa), lo stoicismo ha un ultimo sussulto di vita in un personaggio che si trova all’ estremo opposto della scala sociale (il che testimonia come per gli Stoici non conti il ceto di appartenenza), l’ imperatore Marco Aurelio, un vero e proprio filosofo sul trono. Nato a Roma nel 121 d.C., allievo dapprima del retore Frontone che tentò invano di tenerlo lontano dalla filosofia, Marco Aurelio fu imperatore dal 161 al 180, quando morì combattendo i Marcomanni e i Quadi presso Vienna. Apollonio (il grande maestro venuto da Bisanzio a Roma per educarlo e formarlo alla filosofia) gli trasmette i principi essenziali dello stoicismo: lo spirito di indipendenza guidato dalla ragione, l’abitudine all’impassibilità. Ed anche gli insegnamenti di Tiberio Claudio Massimo, uomo di Stato e filosofo, vengono alle volte distorti dalla contraddittorietà e dalla mancanza di una decisa personalità di base che segna Marco Aurelio. Con Claudio Massimo, il futuro imperatore apprende le virtù fondamentali dello stoico: il senso del dovere e il coraggio in ogni momento della propria vita; la capacita di assolvere i propri compiti a qualsiasi costo; l’autocontrollo, cioè l’assenza di stupori o turbamenti, di boria e ipocrisia; infine, e soprattutto, la clemenza. Certo il giovane Marco vivrà nel pensiero stoico con una parte del proprio intelletto. Ma é anche vero che non riuscirà mai a sentire pienamente e con slancio la dottrina nella quale vede lo strumento per raggiungere l’adiaforia (ossia l’indifferente serenitá nei confronti del reale, l’accettazione razionale dell’accadimento universale di cui facciamo parte) e sfuggire alle angosce che nascono dall’evidente conflitto fra i suoi naturali istinti e la filosofia che vuole interiorizzare. Egli é autore di un’ opera fatta di brevi pensieri, diretti a se stesso, scritta in greco e intitolata A se stesso (Ta eiV eauton). Dalla lettura critica dell’opera e dalla storia della vita personale e politica di questo imperatore “saggio e illuminato” esce il ritratto di un uomo pieno di tormenti cui non é realmente congeniale la logica stoica, come dimostra il fatto che egli la insegue senza riuscire ad afferrarla, se non per qualche attimo e con le mani incerte dell’uomo reso debole dalla mancanza di una netta, precisa, irrinunciabile visione interiore. Per un imperatore la distinzione tra ciò che dipende e ciò che non dipende da noi é molto meno drammatica che per l’ex schiavo Epitteto o per i senatori in conflitto con un potere che li sovrasta. Per l’imperatore, il termine di riferimento verso l’alto diventa il cosmo intero nella sua eterna vicenda, di fronte al quale il piccolo mondo umano appare inconsistente e futile. Da un autore che gli é caro – Eraclito di Efeso – Marco Aurelio attinge una concezione del mondo come perenne fluire. L’arroganza umana nasce, a suo avviso, dalla presunzione di essere immortali: il risultato é un radicale ridimensionamento di sè e del mondo circostante. Per l’imperatore, l’ altro non é più una sorgente potenziale di minacce di asservimento, viceversa, é l’altro che dipende dall’imperatore e pertanto é da sopportare, non da combattere. Non di rado Marco Aurelio lascia affiorare il senso di solitudine che l’ imperatore avverte nella sua corte: egli dice a proposito che “nessuno é così favorito da non avere accanto a sè, al momento della morte, qualcuno che gioisca del triste evento“. Egli sa di poter trovare nella corte non amicizia, ma soltanto dissimulazione e, di fronte a questa triste constatazione , egli può evitare di isolarsi completamente grazie all’ insegnamento stoico, secondo cui ciascuno é parte di quella totalità organica che é l’universo: nell’ordinamento cosmico ognuno ha un posto assegnato, con doveri specifici. Per Marco Aurelio é quello di romano e di imperatore, ma ciò non significa “sperare nella repubblica di Platone“, ossia in un capovolgimento radicale dello stesso ordinamento politico. Il vero punto di raccordo con l’universalità cosmica é ritrovato nel proprio interno, nella consapevolezza di farne parte. All’io ipertrofico e trionfalistico dell’ antico sapiente stoico, Marco Aurelio oppone l’io infinitamente piccolo, che con la morte torna a integrarsi, anche fisicamente, nella totalità. E tuttavia possiamo vedere nella figura di Marco Aurelio, in un certo senso, il raggiungimento del sistema politico auspicato da Platone, il quale asseriva (Lettera VII) che ci sarebbe stato un buon governo solo quando i filosofi fossero diventati re o i re fossero diventati filosofi. E quello di Marco Aurelio, in effetti, fu un buon governo. Egli è un imperatore onnipotente, ma non riesce a superare gli ostacoli che nella società impediscono la realizzazione della sua filosofia. Nella personale rilettura dello stoicismo, che dalla fondazione in poi ha subito tre revisioni, Marco Aurelio non porta una rielaborazione originale, non fa una rivisitazione anche in chiave politica, rivisitazione che sarebbe stata necessaria in presenza della sempre più impetuosa diffusione del cristianesimo e della progressiva consunzione dei valori sociali, dell’economia e della potenza di Roma. Egli annota: io sono nato per governarli, come il toro la mandria, l’ariete il gregge. E’ la natura che regge l’universo e, se questo é vero, gli esseri inferiori sono nati per i superiori e viceversa” (A se stesso XI, 18). La sua filosofia resta confinata fra i fogli di pergamena, una lancia non scagliata: “Se l’intelligenza é comune agli uomini, pure la ragione, che ci rende ragionevoli, è a tutti comune. Se questo risponde a verità é comune anche la ragione che ordina ciò che si deve e non si deve fare. Esiste perciò una legge comune, perciò siamo tutti cittadini e perciò partecipiamo tutti a una specie di governo, quindi il mondo é simile a una città… ” (A se stesso IV, 4). Ricorre spesso nella mente di Marco Aurelio il pensiero della morte. Ma questi pensieri, anche se qualche volta apparentemente staccati, sereni, hanno venature di paura, presentano le caratteristiche tipiche di una patologica insicurezza che potrebbe aver radice nella morte prematura del padre e nella conseguente infanzia ricca ma trascorsa con una madre severissima e con precettori che già a dodici anni lo costringono allo studio della filosofia violando i tempi di maturazione della sua identità. Il dubbio lo tormenta, lo attanaglia l’horror vacui dell’ignoto “dopo”. E gioca sul filo dell’illusione, travolto dall’emotività che l’insegnamento di Apollonio non ha sradicato: “lasciare il mondo degli uomini, se gli dei esistono, non è affatto motivo di terrore: certo non ti getterebbero nella sventura. Ma se gli dei non esistono, o non si occupano delle umane cose, perché vivere, in un mondo deserto di dei o vuoto di Provvidenza? Ma invece esistono, e si occupano delle umane cose, e perché l’uomo non cada in quelli che sono i veri mali, su di lui tutto hanno concentrato” (A se stesso II, 11). L’iter di questo pensiero é sicurezza-dubbio-sicurezza. Nell’annotazione seguente il dubbio prevale, dissimulato appena da un velo di sarcasmo: “dopo aver curato tanti mali Ippocrate cadde malato a sua volta e morì. Alessandro, Pompeo, Gaio Cesare, che pure tante volte rasero al suolo intere città e fecero a pezzi in battaglia schiere intere di decine di migliaia di fanti e cavalieri, infine anch’essi lasciarono la vita. Dopo tanti studi finali sulla conflagrazione del mondo Eraclito, il corpo gonfio per l’idropisia e la pelle spalmata di sterco, morì. Democrito morì a causa dei pidocchi…Ebbene, ti sei imbarcato, il viaggio é finito, sei giunto all’approdo: sbarca. Se ciò significherà entrare in una nuova vita, lì non troverai più nulla che sia vuoto di dei. Se ciò significherà non sentire nulla, cesserai di provare pene e piaceri” (A se stesso III, 3). Ciò che più caratterizza l’opera filosofica di Marco Aurelio è indubbiamente dato dal contrasto fra una precettistica mirata alla conquista della serenità interiore e il senso di malinconia che aleggia in quelle pagine, traducendosi spesso in cupe meditazioni sul tempo e sulla morte: consapevole di essere l’ultimo dei grandi Cesari, Marco Aurelio registra lucidamente i segni premonitori dell’imminente declino dell’impero, tanto più che i grandi imperatori del passato (Augusto, Traiano, Adriano) sono solo fantasmi inghiottiti dal baratro dei secoli.

http://www.filosofico.netImmagine

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari

Marco Aurelio: Pensieri

Marco Aurelio: Pensieri

Pensieri
Autore Marco Aurelio
Editore Mondadori, 2006

Valutazione Aforismario: Libro consigliato (Aforismario)

Scritti dall’imperatore Marco Aurelio, i “Pensieri” hanno goduto nei secoli di una fama costante, non tanto per i concetti filosofici che vi sono esposti, quanto per l’universalità e la sincerità delle riflessioni, quasi un intimo colloquio dell’anima con se stessa. I Pensieri si impongono soprattutto per la loro semplicità: ora profondi, ora del tutto comuni e quotidiani. Il loro fascino risiede nell’immediatezza e nella schiettezza con cui sono espressi e rivelano un’umiltà di spirito sorprendente in un imperatore

Lascia un commento

giugno 30, 2014 · 9:50 am

Monaci Zen

Monaci Zen

Come il fabbro raddrizza

una freccia,

così il saggio governa i suoi

pensieri,

per loro natura instabili,

irrequieti

e difficili da controllare.

Non lasciare che la ricerca

del piacere

ti distragga dalla meditazione

e dal tuo stesso bene.

Anzichè badare agli errori

altrui

osserva i tuoi,

esamina ciò che hai

commesso

e ciò che hai omesso di fare.

Controlla la rabbia

come un buon auriga

governa il suo carro

impazzito.

Pratica ciò che predichi.

Prima di cercare di

correggere gli altri

fa una cosa più difficile:

correggi te stesso.

Nobile è colui che non fa del

male

ad alcuna creatura vivente.

Tu sei il tuo solo maestro.

Chi altro può guidarti?

Diventa padrone di te stesso

e scopri il tuo maestro

interno.

La padronanza della propria

mente,

ribelle, capricciosa, e

vagabonda,

è la via verso la felicità.

Lascia un commento

giugno 29, 2014 · 5:53 pm

Zen e Buddismo

Immagine

“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa.

Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”. 

 

Da diversi anni mi sono avvicinato allo Zen ed al Buddismo, grazie ad alcune esperienze di meditazione vissute con il mio primo Maestro di Arti Marziali ed un suo allievo già monaco Zen italiano legato alla setta Soto.

La pratica quotidiana delle Arti Marziali mi ha pian piano portato a considerare e praticare le religioni orientali, sino a sentirmi quasi completamente buddista. Dico quasi perché nel mio intimo rimane forte una credenza animista, in cui ogni essere vivente, animali, piante, l’essere umano ha un’anima e merita rispetto. Ho trovato nel Buddismo e nello Zen tutti gli insegnamenti e il conforto di cui avevo bisogno. Ecco il perché di questa pagina, come semplice punto di riflessione.

 

ZEN (inizio)

Per noi occidentali così distanti dalla cultura orientale, ed in particolare da quella giapponese, non è facile accettare e comprendere cosa significa praticare Zen e perché lo Zen è compagno ideale delle Arti Marziali. Ed è mio desiderio sollevare un velo a favore della comprensione di questa disciplina.

È in Cina che si concretizza la prima corrente di pensiero che darà vita alla forma di Buddismo Ch’an, grazie agli insegnamento del monaco indiano Bodhidharma. Successivamente portato in Giappone si svilupperà in diverse “sette Zen” tra le quali emergeranno nei secoli la scuola Rinzai e la Soto. La Prima per lo stile austero e le metodologie, verrà preferita dalla casta dei Samurai, la seconda sarà abbracciata dal resto della popolazione.

Nel Ch’an non esistevano immagini sacre, non c’erano dei da adorare, e poca importanza veniva data alle scritture, perché la regola era la non regola, l’insegnamento era, paradossalmente, che nulla poteva essere insegnato. Secondo il Ch’an prima, e quindi lo Zen poi, la comprensione è possibile solamente ignorando l’intelletto e prestando ascolto agli istinti, all’intuizione.

La sperimentazione della realtà senza l’uso dell’intelletto, ciò non significa non cultura, anzi, ma la completa accettazione della natura dei suoi fenomeni, senza una spiegazione logica per ogni più piccola sfumatura. Lo Zen porta alla calma interiore, una forma di quietismo positivo, che ha alla sua base una grossa forma di umorismo, che si può intravedere nei Koan, gli esercizi di meditazione particolarmente utilizzati dalla setta Rinzai. o nelle risposte dei maestri. Lo Zen, ha influenzato la cultura Giapponese, utilizzando e facendo proprie le varie forme culturali e di pensiero; dalle Arti Marziali alla Cerimonia del The, dalle Composizioni di Fiori al Teatro No, dalla Poesia alla Pittura ad Inchiostro, dai Giardini all’Architettura. Ma per noi occidentali, quali vantaggi la pratica dello Zen può portarci ? Innanzi tutto vorrei precisare che la pratica dello Zen non comporta l’abbandono della propria religione, e, come disse uno dei più grandi Maestri Zen viventi, Taisen Deshimaru, “Lo Zen è al di là delle religioni”, ovvero la pratica dello Zen non è in “concorrenza” con le religioni, ma anzi può aiutare a comprendere e vivere meglio la propria dimensione mistica.

Tornando alla nostra domanda, un primo insegnamento basilare dello Zen è racchiuso nella frase “qui ed ora”, ovvero concentrarsi su ogni istante della vita quotidiana.

“Qui ed ora” significa essere interamente in quello che si fa, mentre mi lavo, mentre mangio o cammino, mentre combatto. Non pensare più in modo frenetico o troppo profondo al passato od al futuro, ma vivere completamente i nostri atti e le nostre parole e pensieri del momento. Nella cultura attuale, molte cose sono date per scontate, molte le cose fatte o vissute in maniera veloce, superficiale. Il ritmo frenetico impostoci dalla “civiltà” dei consumi può essere ridimensionato tramite una buona pratica Zen. Lo Zen si può praticare in qualsiasi momento della giornata, curando la giusta postura (posizione) Za-Zen, concentrandosi sulla respirazione, senza però cercare di ottenere o raggiungere qualsiasi cosa.

“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”.

 

Postura

La postura detta Za-Zen è interpretata in due modi, la prima, tradizionale, adottata dalla setta Soto si ottiene sedendosi su un apposito cuscino rotondo (Zafu) con le gambe incrociate nella posizione del loto, ereditata dalla cultura Indiana. Portando il piede destro sulla coscia sinistra e viceversa, otteniamo questa posizione non facile e inizialmente piuttosto scomoda. Le ginocchia toccano terra, la schiena e ben dritta, le spalle rilassate, il mento rientrante e nuca ritta. La seconda posizione è quella normalmente utilizzata da chi pratica arti marziali ed è la posizione di Sei-Za, ovvero seduti sui talloni, le ginocchia ben divaricate, mentre per il busto vale quanto detto prima. Raggiunta la giusta posizione del corpo (anche con brevi oscillazioni di assestamento) si esegue il saluto (Gassho), congiungendo le mani all’altezza delle spalle, palmo contro palmo, ed effettuando un leggerissimo inchino. Le mani poi adottano una posizione ben definita, appoggiate in grembo, la destra accoglie la sinistra, palme verso l’alto con i pollici che si toccano senza tensione. E’ possibile adottare anche altre posizioni delle mani, prese dalla cultura Taoista. La lingua deve toccare il palato, appena dietro i denti anteriori o nel punto in cui il solletico è più intenso.

 

Respirazione

Concentrandosi sul proprio corpo si inizia a controllare la respirazione. Si inspira ed espira tramite il naso. La respirazione è lenta ed impercettibile, ci si può inizialmente concentrare sull’immagine dei propri polmoni per facilitare il raggiungimento del giusto ritmo, che prevede circa quattro respirazioni complete al minuto. L’inspirazione avviene naturalmente al seguito dell’espirazione con contrazione dell’addome provocando anche un salutare massaggio agli organi addominali.

 

L’ atteggiamento mentale

L’ atteggiamento mentale o dello spirito nello Zen è unico, ma infinito nelle sfumature. Zan Shin lo spirito vigile, coinvolto nell’azione, ma attento a ciò che viene dopo, qui e ora, nello sviluppo completo del tempo. Zan Shin si applica in ogni attimo della vita, dalle cose più semplici come accudire alla pulizia del proprio corpo, al guidare un’auto, ai rapporti con le persone, al combattimento. E’ la strada per una completa fusione del corpo e della mente. Quando svolgiamo un’azione si deve essere integralmente parte di ciò che stiamo facendo. Se guardo una montagna, cerco di essere una montagna, se guardo uno stagno, cerco di essere calmo ma pieno di vita come uno stagno può essere. Qui e ora, essere interamente in quello che si fa, non pensare al passato od al futuro, essere nel presente. Troviamo scritto nello Shodoka del Maestro Yoka: “Non si deve cercare la verità, nè troncare le proprie illusioni”. Si devono lasciare passare i pensieri, non trattenerli, ma viverli. Il nostro spirito è complicato, difficile da dirigere, agile come una scimmia.

Ma come disse il mio Maestro, prendiamo, quando occorre, la scimmia per la coda, ovvero fermiamo il nostro pensiero i nostri sogni per salire a bordo e viverli con reale intensità, qui ed ora. Dobbiamo però ricordarci, di non vivere lo Zen in maniera assoluta come spesso accade ai mistici orientali, che lentamente si chiudono su se stessi. Dobbiamo sviluppare quelle parti dello Zen che ci permettono un dinamismo e una presenza mentale utili nella vita quotidiana, ovvero qui ed ora. La meditazione in Za Zen deve essere quindi una fase iniziale e fondamentale della crescita e non una fase finale in cui rinchiudersi e costruire un proprio mondo limitato e statico.

 

Lo Zen nelle Arti Marziali 

Lo Zen nelle Arti Marziali ha ottenuto un posto di rilievo, in particolare nell’arte della spada e del tiro con l’arco. L’abilità tecnica in combattimento nulla vale se non è accompagnata da una tranquillità interiore, da uno spirito vigile che non si ferma da nessuna parte. Come disse il monaco Zen Takuan (1573-1645) “Il vero spirito è come l’acqua e lo spirito malcerto è come il ghiaccio”, ovvero quando lo spirito si ferma su qualcosa, come il ghiaccio ad un ramo, si è vincolati ed inermi, quando è come l’acqua, mille sono le possibilità e le strade. Con la pratica dello Zen si arriva alla dimensione del “tempo esploso” ovvero in una dimensione in cui gli avvenimenti sono qualcosa di distaccato e sembrano ripresi al rallentatore. Nel combattimento affiorano gli istinti più ancestrali, la parte più profonda del nostro essere, e lo Zen con la meditazione, permette al subconscio di risalire in superficie. In questo modo si prendere contatto con se stessi ed entrare in sintonia prima con il proprio spirito e poi con l’universo e di conseguenza con l’avversario. Forse con questo Haiku che segue Vi potrà aiutare a comprendere questo concetto: 

 

L’acqua dello stagno di Hirosawa

Non pensa a riflettere la luna,

nè, per parte sua, la luna cerca di

essere riflessa sull’acqua.

 

Ovvero, non c’è che una luna in cielo, ma la superficie di ogni fiume riflette una luna. Se non c’è acqua, la luna non si rifletterà, ma non è l’acqua a creare la luce della luna. La luce della luna non cambia se viene riflessa da molti fiumi, nè cambia la dimensione della luna. Il nostro spirito non deve preoccuparsi delle cose su cui si posa, così come le cose non devono accorgersi della presenza del nostro spirito.

 

Lo Zen ed i Giardini.

La disposizione e la creazione di un giardino come simbolo della ricerca interiore. Il voler rendere omaggio alla natura, con un rispetto reverenziale, a quella natura che costituisce una delle pietre miliari della filosofia Zen. Il giardino visto come un quadro in cui la prospettiva e l’astrazione guidano la mano dell’artista. La cura nella scelta degli oggetti, dei sassi, delle piante, la struttura dei laghetti, nulla è lasciato al caso, ma tutto calibrato per guidare l’occhio dell’osservatore dove l’artista desidera, sino al limite in cui il muro di recinzione non serve per tenere lontano gli sguardi indiscreti, ma per impedire a coloro che osservano il giardino dall’interno, dai punti prestabiliti dall’artista, di spingere lo sguardo all’esterno e quindi introdurre fattori estranei nella visione. Un giardino su cui non oziare, ma da guardare. Si arriva verso la fine del 1400 all’astrazione totale con i giardini di pietra, intesi a favorire la meditazione. Dove prima si ricercava una bellezza scenografica, in questi piccoli giardini invece, si cercavano strumenti tramite i quali la mente contemplativa poteva dilatarsi a cogliere l’essenza dello Zen. Il giardino si avvicina alla pittura ad inchiostro.

 

Lo Zen ed il disegno ad Inchiostro.

La pittura ad inchiostro monocroma fiorita nel periodo Ashikaga (1133-1573), è senza dubbio uno dei momenti supremi dell’arte giapponese, e oserei dire anche mondiale. Nata inizialmente in Cina, quale estensione della scrittura a pennello e delle opere calligrafiche, divenne mezzo fondamentale nella diffusione dello Zen. Il colpo di pennello, che sembra così spontaneo, semplice, immediato è frutto di anni di studio, come il fendente dello spadaccino, l’assoluta precisione del colpo di pennello può essere eseguito solamente da una persona la cui mente ed il cui corpo sono tutt’uno. L’artista esprime l’illuminazione di un istante e quindi non ha il tempo per elaborare ogni singola pennellata, la tecnica deve fluire dalle profondità interiori, catturando le immagini dell’infinità, al di là del pensiero. La carta di riso usata dai pittori Zen, assorbe immediatamente l’inchiostro e quindi non è possibile alcuna correzione, come uno spadaccino che esegue un affondo, che colga il bersaglio o no, non potrà mai correggerlo.

 

Lo Zen ed il Teatro No.

Il teatro No è sicuramente la forma di arte Zen più difficilmente comprensibile per un’occidentale. E’ un teatro dei particolari, delle mille arti, danza, musica, mimica, ed ancora architettura e scultura. Le sole maschere in legno ad esempio, spesso antiche di centinaia di anni, possono mutare espressione a seconda del gioco di luci creato dai movimenti della testa dell’attore. Non si può descrivere il teatro No, per un occidentale è incomprensibile, così imperniato della più raffinata estetica Zen, che spesso lo è anche per un giapponese.

 

Lo Zen e l’architettura.

La casa tradizionale Giapponese è fredda d’inverno e calda d’estate, l’assenza di mobilio costringe gli occupanti a passare gran parte della giornata in ginocchio. Per dormire un ripiano di legno ricoperto da un’imbottita di cotone. La squisita casa tradizionale Giapponese è come un’ ombrello aperto sul paesaggio, che si integra con l’ambiente, non lo domina. L’uso di materiali naturali, spesso lasciati al grezzo, sono un’accurata ricerca di integrazione con l’ambiente. Ma perché questa scomodità, queste privazioni fisiche?

La casa Giapponese è, grazie alla cultura Zen, un raro esempio di fusione tra necessità fisiche e spirituali. Non a caso la struttura di base ricorda un santuario Shinto, spartano ed elegante. L’aspetto fragile della casa ben si adatta ad una terra scossa da frequenti terremoti, infatti la leggera struttura, non ancorata a terra da tradizionali fondamenta, tende a “fluttuare” in sintonia con il terreno. Senza addentrarci nei particolari architettonici, vorrei citare un passo di Ralph Adams Cram che visitò il Giappone all’inizio del nostro secolo”, in relazione alla sobrietà e spartanità della casa nipponica: “La singola stanza costituisce un ambiente che richiede la presenza e la partecipazione dell’uomo per colmare il vuoto. In assenza di distrazioni decorative non resta che concentrarsi sulla propria mente e su quella dei presenti. Ogni parola, ogni gesto appaiono più significativi.”

 

Lo Zen e la Cerimonia del Tè.

La cerimonia del Tè riunisce in sè tutti gli aspetti dello Zen, arte, quietismo, estetismo. La si potrebbe definire l’essenza della cultura Zen, con momenti profondi che vanno oltre l’esteriorità della cerimonia stessa. Sicuramente una delle bevande aromatiche più antiche tra quelle note, utilizzata nei monasteri per combattere la sonnolenza nelle lunghe sedute di meditazione, apprezzata dai nobili e dai guerrieri, l’assunzione del tè finì con essere ritualizzata nella cultura Zen. Cha-No-Yu, ovvero la Cerimonia del Tè, lentamente prese forma, divenne un momento solenne, intimo e sereno. Lunga da descrivere, già il considerare la particolare porta di una sala per il tè, che obbligando il passaggio in ginocchio, induce ad abbandonare all’esterno le superbie, può aiutare a capire i profondi concetti dietro questa cerimonia. L’incenso, lo scarno arredamento, il cerimoniale creano le premesse per una disponibilità interiore che permette a tutti i sensi di partecipare alla cerimonia del Tè e di entrare in armonia con gli altri.

 

Lo Zen e la Poesia.

Anche la poesia ricalca i canoni di semplicità e istintività tipici dello Zen, ma però anche la sua ermeticità, per chi non si è addentrato in profondità nello studio di questa disciplina. Forse nata dalle risposte dei maestri ai discepoli, forse dai Koan, la poesia divenne un’espressione di momenti particolari, dalla “illuminazione” alla “morte”. Attorno al 1400, nasce la forma poetica chiamata Haiku, generalmente definita la poesia Zen per eccellenza. Costituita da 17 sillabe o meno, con un motivo dominate come l’isolamento, la povertà, mistero, l’Haiku ha il diritto di avere un suo posto nella letteratura mondiale, se è vera l’affermazione che l’arte del poetare consiste nel saper dire cose importanti col minor numero di parole possibili.

 

http://www.aikidoedintorni.com/Buddismo%20zen/buddismo_zen.htm

 

 

 

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari

Donna Zen

Donna Zen

Lo ZEN, il TAO, l’Illuminazione, e il Buddismo dalla prospettiva femminile…


“Molte donne possono aver completato i propri studi e alcune hanno cominciato i templi, ma sappiamo ben poco sulla storia delle donne nel Dharma perché i traduttori e gli storici erano soprattutto uomini.” (1)
La prima “bhikshuni” menzionata nella letteratura Ch’an fu una discepola di Bodhidharma di nome Tsung-Chih. Si conosce molto poco della storia della sua vita. Il Cheng-te ch’uan Teng-lu ci dice che, prima di tornare in India dopo i molti anni di insegnamento in Cina, Bodhidharma chiese ai suoi discepoli di dimostrare la loro realizzazione del Dharma.

  Tao-fu disse, “Io percepisco che il Sentiero Buddista trascende il linguaggio e le parole e però non è separato dal linguaggio e dalle parole”. Bodhidharma disse: “Tu hai raggiunto la mia pelle”.

   La bhikshuni Tsung-Chih disse: “Quello che compresi io, è come è bello vedere la terra-di-Buddha di Akshobya”. Dopo averla vista una volta, non puoi più vederla ancora”. “Tu hai raggiunto la mia carne”, disse Bodhidharma.

  Tao-yu disse, “I quattro elementi sono originariamente vuoti e i cinque aggregati sono nonesistenti. Nemmeno una sola cosa di ciò che Io compresi è raggiungibile”. “Tu hai raggiunto le mie ossa”, disse Bodhidharma.

   Infine Huei-k’o fece un inchino all’insegnante e se ne rimase in silenzio. Bodhidharma disse: “Tu hai raggiunto il mio midollo”.

Questa è la storia di come il Dharma è stato trasmesso al secondo Patriarca Huei-k’o. La bhikshuni Tsung-Chih era una dei studenti di Bodhidharma più avanzati. Anche se lei non era il discepolo top, il semplice fatto che essa svolse un ruolo nella scena della Trasmissione del Dharma è di per sé molto significativo. Potremmo dire che questo rese un buon inizio per le ‘bhikshunis’ nella tradizione Ch’an.

I Sutra che accettano le Donne come Bodhisattva avanzati e Buddha futuri.

Il Vimalakirti Sutra e il Srimala Sutra appartengono a questa categoria. In questi sutra la posizione delle donne raggiunge il picco massimo. La base dottrinale di questo culmine risiede nella dottrina Mahayana di Sunyata (vacuità-vuoto), del Tathagatagarbha, della non-dualità, ecc. Invece di cercare di identificare lo stato di Bodhisattva e di Buddha con il maschile, questa categoria di sutra sostiene che i concetti di dualità – cioè, maschio o femmina, soggetto o oggetto, ecc. – sono solo attaccamenti mentali che ostacolano l’insegnamento del vuoto. Le caratteristiche di “maschilità” e “femminilità” sono semplicemente illusorie e irrilevanti. In base a ciò, la bodhisattva femmina rifiuta di sottoporsi al cambiamento sessuale. Quando Sariputra nel Vimalakirti Sutra le chiese di trasformarsi, la Dea disse, “Io sono stata qui per dodici anni e ho cercato le innate caratteristiche della femminilità ma non sono stata in grado di trovarle. Come faccio dunque a modificarle?” Dopodiché la Dea cambiò Sariputra in una persona di sesso femminile. Questo per rafforzare la sua affermazione che ogniuno ed ogni cosa trascendono le distinzioni di genere quando uno vede il mondo come vuoto. Questo punto di vista è concretamente illustrato dalla trasformazione di Sariputra. Vedi anche Il Sutra del Loto, considerato nel Buddismo rivoluzionario per il suo approccio alla parità dei sessi e l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani in generale.

Chi era la Vecchia Donna di Te Shan? Si sa che anziane donne appaiono in vari koans, e spesso esse agiscono da catalizzatori per il Risveglio di ignari viandanti. Esse non vengono mai identificate, rimanendo anonime, ma mostrano con chiarezza un certo apprezzamento del Dharma. La più famosa di queste fu la Venditrice di Riso che sfidò Te Shan in un dibattito di Dharma, facendo così sorgere il suo dubbio e facilitare l’inizio di una vera ricerca spirituale che si concluse con il suo Risveglio e l’atto di bruciare tutti i suoi libri Zen e commenti. L’incontro tra Te Shan e la vecchia donna nella casa del tè è raccontato, deliziosamente e per intero, nel commentario di Wu-men al caso 28 della ‘Porta-senza-porta’.
Queste vecchie donne nelle storie Zen Cinesi furono spesso matriarche i cui figli erano cresciuti, o le cui famiglie erano state distrutte in tempi turbolenti di guerra e carestia. Esse non avendo più alcuna responsabilità familiare in gran numero entrarono nei  monasteri. In effetti, Liu Pietra-di-ferro, che fu successore dell’importante Maestro Guishan, era anch’essa un’abile maestra Zen. Quindi,“molte donne possono aver completato i propri studi e alcune hanno cominciato i templi, ma sappiamo ben poco sulla storia delle donne nel Dharma perché i traduttori e gli storici erano soprattutto uomini che ebbero la tendenza ad ignorare le realizzazioni delle donne”. Anche se ci sono ancora relativamente poche donne che studiano il  Buddismo, nonappena sulla scena ne appariranno di più, troveremo molte più donne nella storia dello Zen, e del Buddismo.

 (I paragrafi di cui sopra sono tratti dal testo: Chinese Bhikshunis in the Ch’an Tradition di Heng-Ching Shih – vedi sotto…)

Donne attive nel Buddismo

Donne insegnanti, attiviste, studiose, monache e yogini (praticanti), come pure insegnamenti ed eventi speciali, progetti, organizzazioni, bibliografie e informazioni di contatto per le donne nel Buddismo, possono essere trovate in queste pagine Web (http://members.tripod.com/~Lhamo/6dharm.htm). Vi è inoltre una guida completa delle numerose divinità femminili della meditazione che si trovano nella pratica buddista tibetana.

Questa pagina (http://members.tripod.com/~Lhamo/index.htm) è aggiornata al 16 settembre 2001. Da allora, a causa di malattie in famiglia, nei miei obblighi di curatrice non ho avuto il tempo di fare le ampie revisioni che sarebbero richieste. Spero di revisionare completamente questo sito più avanti. Attenzione: questo probabilmente significa un ridimensionamento (un sito più piccolo ma più agile). I vostri commenti e contributi sono i benvenuti. Se volete raccomandare una insegnante, un evento o una lista di altri link, si prega di utilizzare il nostro modulo online (ma solo se il punto è direttamente collegato alle donne e il buddismo).

Ritratto del Mese: La Ven. Tenzin Palmo in tour in Canada, Hong Kong, Taiwan e Singapore nel 2001.
La Ven. Tenzin Palmo (Diane Perry) è la monaca buddista inglese diventata noto in tutto il mondo per aver trascorso dodici anni in ritiro di meditazione in un’alta grotta dell’Himalaya. La sua storia è stata resa nota nel libro ‘Cave in the Snow: Tenzin Palmo’s Quest for Enlightenment’ dall’autrice Vicki MacKenzie.
La Ven. Tenzin Palmo ha appena finito un giro di conferenze nel Canada ed ora lo proseguirà in Asia Orientale per contribuire a pubblicizzare e raccogliere fondi per il suo progetto speciale, il monastero femminile di Dongyu Gatsal Ling e l’ International Retreat Center for Women. Per chi volesse ulteriori informazioni, si prega di visitare il suo sito: http://www.tenzinpalmo.com/.

Abbiamo preso dal sito web BuddhaNet nella lista dei Top Ten Buddisti le donne attive nel Buddismo e siamo onorati di citare  alcune storie di donne nel Buddismo Zen:
Bhiksuni (monache) nella tradizione del Ch’an Cinese (di Heng-Ching Shih)

  Lo spirito dell’essenziale dottrina del Buddismo Mahayana propugna la parità tra maschi e femmine, anche se nell’ambiente mondano la posizione delle donne buddiste è inferiore a quella degli uomini. La tradizione del Ch’an Buddista Cinese, seguendo l’egualitario insegnamento della Mente-Unica della Illuminazione, propugna la non-discriminante Buddhità Universale, che è accessibile ad ogni essere senziente, sia maschio che femmina.

Tuttavia, la capacità spirituale dello status delle donne non è ritenuta così elevata ed accettata nella storia Buddista come lo è nella Scuola Ch’an Cinese. Anche se il Buddha riconosce che “le donne, che hanno lasciato la casa e gli impegni domestici per diventare monache nel Dharma e nella disciplina proclamata dal Possessore della Verità, sono in grado di realizzare il frutto dell’entrata nella corrente, o il frutto di coloro che ritornano-una-volta, o il frutto di coloro che non-ritornano, o il frutto finale della perfezione”(1), le donne non erano considerate uguali come sviluppo spirituale, nella letteratura buddista. Ai primordi del Buddismo, le donne Buddiste godettero di una posizione più elevata rispetto alle loro successive omologhe, eppure in numerosi testi buddisti primitivi esse sono raffigurate come gelose, stupide, appassionate e pieno di ira. I prototipi per l’immagine negativa delle donne furono le Figlie di Mara, Tanha (desiderio), Raga (lussuria), e Arati (avversione). Ai praticanti di sesso maschile che stabilivano i loro corpi e le menti sulla via della liberazione veniva consigliato di tenere le donne a una certa distanza (2). Veniva detto che le donne avevano cinque ostacoli, ossia che non potevano mai diventare un Re Brahma, un ‘Shakra’, un Re Mara, un Chakravartin o un Buddha. Il corpo della donna è considerato impuro e vergognoso. Nella letteratura Mahayana si vede una graduale evolu-zione di un concetto positivo delle donne in termini di loro saggezza e pratica. Questo cambiamento è basato sulla dottrina e filosofia del Buddismo Mahayana. Mentre la letteratura tradizionale precedente al Mahayana presenta il punto di vista di una istituzione monastica dominata dai monaci, il Mahayana propugna la figura del Bodhisattva che incarna il più alto stato di saggezza e compassione in cui ogni discriminazione sociale e sessuale cessa di esistere. Tutti, sia maschi che femmine, monaci o laici, sono considerati Buddha potenziali. Comunque, la letteratura Mahayana, pur proponendo una visione egualitaria, non sostiene in modo unanime la parità di status delle donne. Lo status spirituale delle donne è presentato diversamente da sutra a sutra all’interno della tradizione Mahayana(3). In linea generale, quei sutra Mahayana che dipingono il progresso spirituale delle donne possono essere classificati in quattro tipi, e illustrano il graduale miglioramento nelle attitudini verso le donne(4).

1. Sutra che Tengono un atteggiamento negativo verso le donne.

In questi sutra le donne sono dipinte rappresentative del mondo profano, cioè il ‘samsara’, e quindi come potenziali ostacoli alla crescita spirituale. Nel ‘Udayanavatsaraja-parivartah’ (Il Racconto del Re Udayana di Vastasa) dal ‘Maharatnakuta’ si può leggere,

“Le donne possono distruggere i puri precetti.

Esse impediscono di generare meriti e onori.

E così impediscono ad altri di rinascere in cielo,

Esse sono la sorgente del peccato”(5).

Il Ta-Cheng Chou-Hsiang Kung-Te Ching (Il ‘Mahayana Sutra’ sui meriti di costruire le immagini del Buddha) raffigura le donne come aventi mente ristretta, gelose e piene di odio. Esse non perdonano e né ripagano la gentilezza. Anche se cercano l’Illuminazione, esse non sono portate ad insistere. Ed anche se è vero che il Mahayana fu più sensibile verso le donne, però l’elemento di misoginia rimase in alcuni dei suoi testi. Tuttavia, questo estremo pregiudizio contro le donne non è più l’attitudine predominante.
2. Sutra che Negano La presenza delle donne nelle Terre di Buddha.

Le Scritture della Terra Pura sono le più notevoli in questa classe. Ad esempio, il trentaquattresimo voto del ‘Sukhavativyuha-sutra’ più vasto, afferma,

«O Bhagavat, se dopo aver ottenuto il Bodhi (Illuminazione), in ogni angolo delle incommensurabili, innumerevoli, inconcepibili, immense Terre del Buddha, dopo aver sentito il mio nome, le donne dovessero permettere che in esse sorga l’incuria, non dovessero trasformare i loro pensieri verso il Bodhi, e quando si sono liberate dalla nascita, non dovessero disprezzare la loro natura femminile, e se per caso nascendo nuovamente, dovessero assumere ancora la natura femminile, allora esse non potranno ottenere la suprema perfetta conoscenza»(6).

Anche il ‘Sukhavativyuha’ più piccolo dichiara esplicitamente che non vi sono donne nella Terra Pura. Benchè la possibilità di rinascere nella Terra Pura non sia negata alle donne, qui l’implicazione è che è necessaria una natura maschile per il progresso sul Sentiero del Bodhisattva nella Terra Pura.

3. Sutra che Accettano le donne come Bodhisattva di Stato Inferiore.

In questa categoria rientrano la maggior parte dei sutra Mahayana. Ciò include importanti testi come «Saddharmapundarika», «Sumatidarikapariprccha», «Astasaharikaprajna-paramita», ecc. In questi sutra le donne sono riconosciute come “consulenti di buona conoscenza” o anche come “buoni amici spirituali” (kalyanamitra), ma sono relegate ai bassi stadi di Bodhisattva. Volendo essere coerenti con la visione egualitaria Mahayana verso tutti gli esseri viventi, il motivo della trasformazione di sesso fu introdotto in questi sutra. Se la virtù, il merito e la saggezza di una donna sono straordinari, essa può, attraverso un cambiamento di sesso, diventare Bodhisattva o un Buddha nella sua vita attuale o in quella futura. La trasformazione di genere simboleggia una transizione dalla condizione imperfetta di essere umano rappresentato dal corpo femminile alla perfezione mentale di un Bodhisattva e un Buddha rappresentato dal corpo maschile. Così, in risposta alla sfida di ‘Sariputra’, che rappresentava la tradizionale attitudine negativa verso le donne, nel Saddharmapundarika-Sutra (Il Sutra del Loto), vi è la Ragazza Drago, descritta come molto intelligente e abilitata a penetrare nella profondità del Dharma, che cambiò se stessa in un Bodhisattva maschio e dopodichè divenne subito un Buddha(7).

Qui la trasformazione di genere da femmina a maschio è un prerequisito per realizzazione del Buddha da parte della Ragazza Drago. Anche se il caso della Ragazza Drago dimostra che le donne hanno la possibilità di realizzare la Buddhità, esiste ancora la nozione della dicotomia, cioè, la nozione di maschile e femminile. Per ulteriori informazioni su questa storia, vedi sotto ‘La Bhiksuni Anonima’.

4. Sutra che Accettano le donne come Bodhisattva avanzati e prossimi Buddha.

Appartengono a questa categoria il ‘Vimalakirti Sutra’ ed il ‘Srimala Sutra’. In entrambi questi due sutra la posizione delle donne raggiunge il suo picco massimo. La base dottrinale di questo culmine risiede nelle dottrine Mahayana della Sunyata (vacuità, vuoto), Tathagatagarbha, e della non-dualità, ecc. Anzichè cercare di individuare il maschile con gli stati di Bodhisattva e Buddha, i sutra di questa categoria sostengono che i concetti di dualità — cioè maschio o femmina, soggetto o oggetto, ecc. – sono solo attaccamenti mentali che si oppongono all’insegnamento della Vacuità. Le caratteristiche di “maschile” e “femminile” sono semplicemente illusorie e irrilevanti. In base a questo, la bodhisattva femmina si rifiuta di sottoporsi al cambiamento sessuale. Nel ‘Vimalakirti Sutra’, quando da Sariputra fu chiesto alla dea di trasformarsi, ella disse, “Sono qui da un periodo di dodici anni ed ho cercato  le caratteristiche innate della femminilità ma non sono riuscita a trovarle. Come faccio a modificarle?”. (8) Allora, la dea cambiò Sariputra in una femmina. Questo, per rinforzare la sua affermazione che ogniuno ed ogni cosa trascendono le distinzioni di genere quando uno ‘vede’ il mondo come vuoto. Questo punto di vista è concretamente illustrato dalla trasformazione di Sariputra.

—————————————————————————————————————————

La Scuola Ch’an appartiene alla tradizione del ‘pensiero Tathagatagarbha’, che sostiene l’illuminazione universale, e la trascendenza delle differenze nel reame di hsiang, o caratteristiche esteriori. Non c’è da stupirsi che è nell’interesse della Scuola Ch’an che le monache Buddiste Cinesi ricevettero di più il riconoscimento e il rispetto che in qualsiasi altra scuola. Questa attitudine positiva verso le donne è sicuramente legata alla dottrina su cui la scuola Ch’an è basata.

La maggior parte dei manoscritti tramandati di Bhiksuni che sono state maestri Ch’an si trovano nelle Raccolte di biografie dei maestri Ch’an, come il Cheng-te ch’uan Teng-lu, il Hsu-ch’uan Teng-lu (è il seguito della ‘Trasmissione della Lampada’), il Wu-Teng-huei-Yuan (Raccolta delle Cinque Lampade), il Wu-Teng ch’uan shu (la Raccolta Completa delle Cinque Lampade), e molti altri. Ci sono registrate almeno trentasei cronache di ‘bhiksuni’ in questi testi storici della letteratura Ch’an. La maggior parte di questi registri, con poche eccezioni, sono piuttosto brevi. Essi non forniscono molte informazioni su storie di vita di questi maestri Ch’an femminili, ma contengono i loro concisi insegnamenti Ch’an. Di queste bhiksuni testimoniate come maestri Ch’an, troviamo soltanto Tsung-Chih, Liao-jan, Liao T’ieh-mo, Yuan-chi, Shih-chi e la monaca anonima, che incontrò T’an-Kung, che sono precedenti alla dinastia T’ang. Le altre appartengono a cinque sub-sette della Scuola Ch’an post-T’ang, sopratutto alla Setta Lin-chi, delle dinastie Ming e Ch’ing.

Nell’insegnamento del primo Patriarca della Scuola Ch’an si trova la dottrina che gettò le basi dell’ atteggiamento positivo del Ch’an verso le donne. L’insegnamento del primo patriarca Bodhidharma è contenuto nel ‘Due Ingressi e Quattro Pratiche’, che fu registrato dal suo discepolo T’an Lin e citato nel Leng-Chia Shih-Tsu chi (Registrazioni dei Maestri e Discepoli della Scuola Lanka). Secondo questo testo, Bodhidharma insegnò che, benchè vi siano molti ingressi per la Via, essi possono riassumersi in due categorie, e cioè, l’Ingresso tramite il Principio e l’Ingresso tramite la Pratica.

L’Ingresso tramite il Principio significa realizzare il Principio attraverso l’insegnamento (Chiao), cioè di avere una ferma convinzione che tutti gli esseri viventi possiedono la stessa reale-natura, la quale tuttavia, non è manifesta, perché è oscurata dalle afflizioni. “Se uno è capace di abbandonare il falso, ritornare al vero, dimorare nella “contemplazione-del-muro”, e arrivare ad uno stato di equanimità tra se-stesso e gli altri, sia persone saggie che mondane, allora costui è in accordo con il Principio”.(9).
L’innata e pura natura dell’Illuminazione posseduta da tutti gli esseri senzienti è il cuore dell’insegna-mento del Ch’an. Essa trascende tutte le dualità e le caratteristiche distintive (laksana), ivi comprese il maschile ed il femminile. Come disse il maestro Ch’an-Sung Ta-hui Kao-Tsung (1089-1163) nel suo insegnamento al suo discepolo femmina Miao-Yuan: “Riguardo a quest’argomento, ognuno è uguale, indipendentemente dal fatto di essere uomo o donna, nobile o persona comune. Perché? Il Buddha all’Assemblea per la Predica del Sutra del Loto, semplicemente aiuta una ragazza a diventare Buddha, e all’Assemblea per la Predica del Sutra del Nirvana, semplicemente aiuta un macellaio a diventare Buddha”.(10). Egli disse ancora, “Puoi forse dire che, essendo lei una donna, e dunque le donne non condividono [l’Illuminazione]? Tu devi credere che questa questione non ha nulla a che fare con il fatto [se uno è] maschio o femmina, giovane o vecchio. Il nostro è un egualitario Ingresso al Dharma che ha un solo ed unico sapore”.(11).

I maestri-Ch’an non solo riconobbero le capacità spirituali delle donne, ma in alcuni casi, furono anche così mentalmente aperti da essere disposti a chiedere direttamente istruzioni alle ‘bhiksuni’. Questo atteggiamento liberale nei confronti delle donne è in realtà molto coerente con lo spirito anti-autoritario del Ch’an. La letteratura Ch’an cita donne illuminate che sfidarono, confusero e ispirarono monaci maschi a diventare illuminati. Tali cronache indicano non solo la fiducia in se stesse e la vera realizzazione spirituale delle donne ma mostrano anche l’atteggiamento liberale e aperto della Scuola Ch’an verso le donne.
BHIKSHUNI TSUNG-CH’IH

La prima ‘bhiksuni’ menzionata nella letteratura Ch’an era una diretta discepola di Bodhidharma, che fu il primo Patriarca del Ch’an Cinese, ed il cui nome era Tsung-Chih. Il Ching-te Chuan Teng-lu ci dice che prima di tornare in India, dopo molti anni di insegnamento in Cina, Bodhidharma chiese ai suoi discepoli di dimostrare la loro realizzazione del Dharma.

  Tao-fu disse, “Io percepisco che il Sentiero Buddista trascende il linguaggio e le parole e però non è separato dal linguaggio e dalle parole”. Bodhidharma disse: “Tu hai raggiunto la mia pelle”.

   La bhikshuni Tsung-Chih disse: “Quello che compresi io, è come è bello vedere la terra-di-Buddha di Akshobya”. Dopo averla vista una volta, non puoi più vederla ancora”. “Tu hai raggiunto la mia carne”, disse Bodhidharma.

  Tao-yu disse, “I quattro elementi sono originariamente vuoti e i cinque aggregati sono nonesistenti. Nemmeno una sola cosa di ciò che Io compresi è raggiungibile”. “Tu hai raggiunto le mie ossa”, disse Bodhidharma.

   Infine Huei-k’o fece un inchino all’insegnante e se ne rimase in silenzio. Bodhidharma disse: “Tu hai raggiunto il mio midollo”. (12).

Questa è la storia di come il Dharma è stato trasmesso al secondo Patriarca Huei-k’o. La bhikshuni Tsung-Chih era una dei più avanzati studenti di Bodhidharma. Anche se lei non era il discepolo top, il semplice fatto che essa svolse un ruolo nella scena della Trasmissione del Dharma è di per sé molto significativo. Potremmo dire che questo rese un buon inizio per le ‘bhikshunis’ nella tradizione Ch’an.
Tsung-Ch’ih [prima metà del 500 d.C.] era la figlia di un imperatore della dinastia Liang della Cina del 6° secolo. Lei divenne discepola di Bodhidharma. Nel capitolo intitolato ‘Katto’ dello Shobogenzo di Dogen Zenji, essa è indicata come uno dei quattro eredi nel Dharma di Bodhidharma. Anche se la linea del primo Patriarca prosegue attraverso un altro dei quattro (Hui-k’ò), Dogen sottolinea che ciascuno di essi aveva una completa comprensione della dottrina. Lei è anche conosciuta come Zongchi, dal suo titolo Soji, e da Myo-ren, il suo nome da monaca. E’ stato riportato che lei fosse in grado di recitare a memoria tutto il Sutra del Loto, (alcuni dicono che fosse il Sutra del Cuore), parola per parola.

 
MO-SHAN-LIAO-JAN
Il più noto maestro Ch’an donna è Mo-Shan-Liao-jan (13). La sua storia è molto rivelatrice. In realtà essa è l’unica monaca di cui fu fatto un resoconto da lei stessa nel Ching-te ch’uan Teng-lu. La storia andò più o meno in questo modo:

“Quando il monaco Kuan-ch’i Chih-hsien(14) stava andando da un luogo all’altro [alla ricerca di un insegnante] arrivò presso Mo-shan. Prima [di incontrare Liao-Jan, badessa di Mo-shan], egli si disse, “Se questo luogo è buono, allora mi ci fermerò. In caso contrario, rovescerò la piattaforma del Ch’an (che sta a significare, dimostrerò l’ignoranza dell’insegnante)”. Così pensando, egli entrò nella Sala del Dharma.

Liao-jan inviò una monaca-guardiano per chiedere: “Sei qui solo per la visita della città, o sei venuto per il Buddha-Dharma?” Chih-hsien rispose, “Per il Buddha-Dharma”.

Liao-jan allora salì sul suo seggio. Chih-hsien chiese di essere istruito.

Liao-jan gli domandò, “Da dove hai iniziato oggi il viaggio?” Chih-hsien rispose, “Dall’ingresso sulla strada (Letteralm., ‘dalla bocca della Via’).”

Liao-jan disse: “Perché non l’hai coperta?” Chih-hsien non rispose. Egli quindi per la prima volta si inginocchiò davanti a lei.

Poi, egli chiese,”Cos’è il Mo-shan? (Letteralm., ‘picco-di-montagna’)” Liao-jan disse, “Il suo picco non è esposto”. Chih-hsien replicò: “E chi è che occupa il Mo-Shan?” Liao-jan rispose, “Costui(costei) non ha una forma (hsiang) maschile né femminle”. Chih-hsien gridò, “E perché costei non si trasforma?” Liao-jan rispose, “Lei non è uno spirito, né un fantasma. Cosa vorresti che lei diventasse?”

A questo punto, Chih-hsien potè solo sottomettersi. Egli divenne giardiniere presso il monastero delle monache, dove soggiornò per tre anni(15).

In seguito, Chih-hsien diventò un maestro Ch’an, riconoscendo le istruzioni che Liao-jan dava ai suoi discepoli. Egli disse: “Quando ero al monastero di Lin-chi avevo un mezzo mestolo, e da quando sono al monastero di Mo-shan ho avuto un altro mezzo-mestolo. E così ho avuto l’intero mestolo che mi ha permesso di soddisfare la mia fame (spirituale) fino ad oggi”.(16).

L’incontro di Mo-shan e Chih-hsien fu molto significativo nella sua ricerca di illuminazione, poichè egli in primis era un monaco Ch’an, e fu disposto a rompere la tradizione che era contraria al fatto che un monaco potesse venir istruito o che dovesse inchinarsi ad una monaca. In secondo luogo, dopo aver ottenuto l’illuminante insegnamento, egli pubblicamente le dette il suo credito, e, infine, la Scuola del Ch’an nel suo complesso si dimostrò disponibile a riconoscere la superiorità spirituale della monaca e documentandone questo evento(17).

Secondo la tradizione, il Buddha propose otto regole come pre-requisiti prima di ammettere le donne nel Sangha. Tali norme e regole mettevano il ‘Sangha-delle-Bhiksuni’ in una posizione secondaria di fronte al ‘Sangha-dei-Bhiksu’. Cinque di queste regole specificavano che le bhiksuni dovrebbero ottenere istruzioni o certificazione da bhiksu maschi su questioni quali le cerimonie Vassa, Uposatha, l’iniziazione Upasampada, e così via. In nessuna delle scritture Buddiste è mai indicato che un bhiksu debba richiedere istruzioni ad una bhiksuni. Un monaco che si inchinasse ad una monaca era davvero inaccettabile nella tradizione Buddista. E quindi, quello che fece Chih-hsien rappresentò una rottura radicale ben lontana dalla mentalità dominante del maschio.

Tuttavia, si può ancora cogliere l’attaccamento al hsiang (esteriorità) tra maschi e femmine, dalla conversazione tra Liao-jan e Chih-hsien. La risposta di Liao-jan, che “il suo picco non è esposto” alla domanda di Chih-hsien “Che cos’è Mo-Shan?”, implica sia l’invisibilità che trascendenza del hsiang. Però, Chih-hsien non capì il messaggio. E quindi chiese ancora chi fosse l’occupante di Mo-shan (cioè del ‘picco’ del monte). In risposta Liao-jan precisò chiaramente che lei (Mo-shan) non aveva forma né maschile né femminile. Ancora Chih-hsien non fu soddisfatto della risposta e, perciò, ulteriormente insistette chiedendole di trasformare se stessa. L’implicazione era quella che lei per dimostrargli la sua realizzazione, avrebbe dovuto trasformarsi in maschio prima di poter diventare illuminata come la Ragazza Drago, che essa era. Liao-jan respinse nettamente l’idea. Non è noto se essa avesse avuto i poteri soprannaturali per eseguire una trasformazione di sesso. Ma non è questo il punto. Il rifiuto di accettare anche solo l’idea della trasformazione indica che lei aveva già compreso l’irrilevanza della forma e del genere per la realizzazione dello Stato di Buddha. Un altro punto importante che Liao-jan fece nell’incontro, è che lei non aveva alcun interesse per i poteri soprannaturali, perché questi non hanno nulla a che fare con l’Illuminazione.

E’ certamente vero che il Buddismo insegna che dopo che un praticante ha raggiunto un certo grado di realizzazione, sviluppa il potere spirituale (siddhi). Si dice che un Arhat sia in possesso di sei poteri soprannaturali (sadabhijna): 1). capacità di vedere qualsiasi cosa ovunque. 2). capacità di ascoltare qualsiasi suono in qualsiasi punto. 3). capacità di conoscere le cose in tutte le altre menti. 4). la conoscenza di tutte le precedenti esistenze di sé e di altri. 5). il potere di essere in qualsiasi luogo o di fare qualsiasi cosa a piacimento, e 6. la coscienza soprannaturale di diminuire le propensioni ai vizi. (per ulteriori informazioni sulle fonti di quanto sopra, vedere nota 18) (Vedi anche, Chalabhinna III. (Le sei conoscenze di quelli più valorosi) nr. 5).

Così, anche Liao-jan capì che è attraverso l’Illuminazione che i poteri soprannaturali si manifestano, piuttosto che i poteri soprannaturali possano rafforzare l’Illuminazione. Inoltre, i poteri soprannaturali non sono raggiungibili esclusivamente dai Buddisti. E’ possibile per chiunque che abbia una profonda coltivazione religiosa e spirituale di sviluppare una sorta di poteri super-normali.

Come accennato in precedenza, lo status delle donne culmina nella trionfale apparizione di Srimala nel ‘Srimala-Sutra’ e della Dea nel ‘Vimalakirti-nirdesa Sutra’. Srimala, avanzata Bodhisattva donna, non solo è la figura principale di un sutra Buddista, ma in realtà insegna la dottrina più importante del ‘pensiero-Tathagatagarbha’, che arriva a sostenere l’esistenza di una Buddhità universale. La dea, figura simbolica, rappresenta una “femminista” liberale che con grande coraggio insegna la dottrina di Sunyata a Sariputra, rappresentante della tradizione conservatrice. Essa infatti sottolinea che tutte le convenzionali distinzioni – maschile contro femminile, bene contro il male, samsara contro nirvana, e così via – sono semplicemente illusorie. Liao-jan, anche se viveva in una società Cinese dominata dal maschile, ha pienamente compreso l’insegnamento Buddista della Sunyata e il non convenzionale spirito del Ch’an. Essa veramente dimostrò di avere lo stesso calibro, visione ed intuizione sia di Srimala che della Dea.

Nella letteratura del Ch’an, la storia di Liao-jan fu spesso citata nelle istruzioni di Dharma impartite dai maestri Ch’an. Ad esempio, Hung-Chih la menzionò più volte nel Hung-chih Ch’an shih-kuang-lu (19). Anche Ta-hui e Yuan-wu raccontarono la sua storia esemplare quando davano istruzioni (20). Questo atteggiamento mentale liberale ed aperto è caratteristica del Ch’an, com’è stato chiaramente illustrato nelle istruzioni per le donne del Maestro Ch’an Wu-Hsiang.

La figlia di un funzionario, di nome Mu-jung, era molto interessata agli insegnamenti Buddisti. Lei andò da Wu-Hsiang e disse: “In quanto donna, io non sono libera perchè ho impedimenti ed I Cinque Ostacoli (vedi sotto). Io sono limitata dal corpo femminile. Vengo ora a voi, al fine di tagliare la fonte della trasmigrazione [nel ciclo di vita e morte]”.

Wu-Hsiang allora disse: “Poiché hai l’aspirazione [a cercare la liberazione], tu sei già realmente un grande ‘uomo’….. Il ‘non-pensiero’ non è di sesso maschile e nemmeno è di sesso femminile”(21).
Come la storia stessa indica, la donna aveva accettato l’immagine tradizionale della donna e l’idea di inferiorità del corpo femminile. Per contrastare questo stereotipato malinteso, Wu-Hsiang sottolineò che, non appena ella aveva avuto l’aspirazione all’Illuminazione, aveva già trasceso i limiti del sesso e del genere. Il reame dell’Illuminazione, che Wu-Hsiang interpretava come il ‘non-pensiero’, non è né maschile né femminile.
La BHIKSUNI ANONIMA:

E’ interessante notare che una storia con tema simile è anche registrata nel Cheng-te ch’uan Teng-lu. Tuttavia, in questo caso, la discriminazione contro le bhiksuni è evidente, almeno esteriormente. Quando una bhiksuni anonima volle dare una formale lezione di Ch’an, il monaco-T’an kung le disse: “Una ‘bhkiksuni’, in quanto donna, non deve dare un insegnamento Ch’an”. La bhiksuni replicò,
“Che cosa hai da dire sul fatto che la Ragazza-Dragone di soli otto anni, divenne un Buddha?”

“La Ragazza-Dragone potè fare diciotto tipi di trasformazioni. Puoi fare anche tu una trasformazione per questo vecchio monaco?”

“Anche se uno può trasformare se stesso, egli non è altro che un spirito di volpe selvatica”(22), disse la bhiksuni .

T’an-kung allora con un calcio la scacciò via (23).

Dal dialogo si può vedere che T’an-Kung, prima di tutto, contestò la capacità e il diritto della bhiksuni ad insegnare. Poi, quando lei replicò che anche una ragazza di otto anni potè realizzare il Buddha, T’an-Kung pretese la tradizionale visione della trasformazione sessuale, significando che l’identità dell’Illuminazione è maschile. Così come Liao-jan, la bhiksuni semplicemente negò validità, necessità e rilevanza di tale trasformazione. Tuttavia, le due storie andarono in modo diverso. Una finisce con il monaco che rende omaggio alla monaca, mentre l’altra finisce con il monaco che scalcia la monaca. Quando diciamo che la Scuola Ch’an aveva un’attitudine più liberale e solidale verso le donne ciò non significa necessariamente che ogni  monaco Ch’an sia allo stesso modo…

—————————————————————————————————————————

(*) I Cinque Ostacoli:

I cinque ostacoli, non sono che cinque contaminazioni e che sono chiamati ‘medi-Klesha’. Essi sono: (1) il desiderio di piaceri sensuali e sensoriali (2), rabbia o avversione (3), indolenza o pigrizia, (4) preoccupazione, e (5) dubbio. Il Canone Pali illustra l’effetto di questi ostacoli, con l’aiuto di cinque eloquenti esempi:

  1. La mente iperstimolata dal desiderio di piaceri sensoriali è paragonata ad acqua colorata, che impedisce che una cosa possa essere veramente riflessa nell’acqua. Così, un uomo ossessionato dal desiderio di piaceri sensoriali non è in grado di ottenere una vera visione di sé stesso o di altre persone e del proprio ambiente.
  2. La mente oppressa dalla rabbia è paragonata all’acqua bollente, che non può dare un’accurato e perfetto riflesso. Un uomo sovrastato dalla rabbia non è in grado di discernere un problema in modo corretto.
  3. Quando la mente è nella morsa della pigrizia e dell’indolenza, è come l’acqua coperta da uno strato di muschio: la luce non può raggiungere l’acqua e quindi il riflesso è impossibile. L’uomo pigro non fa nemmeno uno sforzo per una comprensione corretta.
  4. Quando è preoccupata, la mente è come l’acqua scossa dal vento turbolento, che quindi non riesce a dare un vero e proprio riflesso. L’uomo preoccupato ed eternamente irrequieto non è in grado di effettuare una corretta valutazione di un problema.
  5. Quando la mente è presa dal dubbio, è paragonata all’acqua fangosa tenuta nell’oscurità delle tenebre, che non può riflettere affatto l’immagine. Perciò, tutti questi cinque ostacoli privano la mente della comprensione e della felicità, e causano molto stress e sofferenza.

—————————————————————————————————————————

 

NOTE:
1. I.B. Horner, Tr. The Book of the Discipline, Pali Text Society, London, 1975, vol.5, p.354.

2. Nel ‘Sutra in Quaranta-due Sezioni’, il Buddha disse ai monaci, “Fate attenzione a non guardare le donne. Se vi capita di vederle, non guardatele. Fate attenzione a non parlare con loro. Se parlate con loro, assicura-tevi di guardare le vostre menti e i vostri comportamenti.

3. Negli ultimi anni dagli studiosi vi sono stati molti studi su donne Buddiste. Qui ve ne sono solo alcuni, Dianna Paul, Women in Buddhism, Lancaster-miller, 1980. Rita M. Gross, “Buddhism and Feminism” Toward their Mutual Thansformation,” Eastern Buddhist, no.1. (spring, 1986). pp. “Changing the Female Body�G Women and the Bodhisattva Career in Some `Maharatnakutasutra` ,” Journal of the International Association of Buddhist Studies, 1981.  

4. Pual, Women in Buddhism, pp.169-171.

5. T. 11, p.543. 

6. F. Max Müller, Tr. The Bon-so-wa-ei Gappei Jodo Sun-bukyo, Taitong Press, 1961, p.390.

7. Il Miao-fa lien-hua ching, The Lotus Sutra, T. 9, p.35. (A quel tempo, Shariputra disse alla ragazza-drago, “Supponi che in questo breve periodo di tempo tu sia stata capace di raggiungere l’Insuperabile Via. Ma questo è difficile da credere. Perché? Perché il corpo della donna è sporco e contaminato, non è un veicolo per il Dharma. Come hai potuto tu raggiungere l’Insuperabile Bodhi? La Via alla Buddhità è lunga e difficile. Solo dopo che uno ha passato incommensurabili kalpa a perseguire le austerità, accumulando buoni atti, praticando tutti i tipi di paramita, si può finalmente ottenere il successo. Inoltre, un donna è più soggetta ai cinque ostacoli. In primo luogo, essa non può diventare un Brahma (Re celeste). Secondo, essa non può diventare il Re Shakra. Terzo, essa non può diventare un Re-Demone. Quarto, essa non può diventare un Re Saggio che gira la ruota. E quinto, essa non può diventare un Budda. Come avrebbe potuto quindi una donna come te essere in grado di raggiungere la Buddhità così rapidamente? “

A quel tempo, la ragazza-drago aveva un prezioso gioiello il cui valore era di migliaia di milioni di volte il mondo, che presentò al Buddha. Il Buddha immediatamente lo accettò. La ragazza-drago disse al Bodhisattva Saggezza Accumulata ed al venerabile Shariputra, “Io ho presentato il prezioso gioiello e l’Onorato nel Mondo lo ha accettato – forse che non è stato fatto rapidamente?”

Essi risposero, “Molto rapidamente!”

La ragazza proseguì, “Usate i vostri poteri soprannaturali e guardatemi raggiungere la Buddhità. Ciò sarà anche più veloce di quello!”

A quel punto, tutti i membri dell’Assemblea videro la ragazza-drago trasformarsi nello spazio di un istante in un uomo e svolgere tutte le pratiche di un Bodhisattva, procedendo immediatamente verso la Terra Pura del sud, prendendo posto su un loto ingioiellato, e ottenendo una imparziale e corretta Illuminazione. Con le trenta-due caratteristiche e le altre ottanta caratteristiche, Egli espose la meravigliosa Legge per tutti gli esseri viventi in tutte le dieci direzioni).

8. Il Wei-mo-Chi Ching (Vimalakirti-nirdesa sutra), T.14, p.574b.

9. T.85, pp.1283-1291.

10.Ta-hui p’u-chueh ch’an Shih-yu-lu, chuan 23, T.47, p.909b.

11.Ta-hui p’u-chueh ch’an Shih-p’u-shuo, Dainihon zokazokyo 1, 31, 5, p.455a. La traduzione è presa da Miriam L. Levering, “La Ragazza-Drago e la Badessa di Mo-Shan: ‘Genere e Stato nella tradizione Buddista Ch’an “, Journal of the International Association of Buddhist Studies vol.5, n ° 1 , 1982, pag.20.

12. ‘Ching-te ch’uan Teng-lu’ (successivamente abbreviato come CTCTL), T.51, p.219b-c.

13.Mo-Shan è anche il nome della montagna dove Liao-jan visse. E’ usanza del Buddismo Cinese che i monaci e le monache siano indicati con il nome del luogo o del monastero in cui vivono. Vedi anche Mo Shan-Liao-jan 14. Per la biografia di Chin-Hsien, vedere CTCTL, Chuan, 12.

15.CTCTL, T. 51, p.289a. La traduzione è presa da Levering, “The Dragon Girl”, pag.28.

16.Hsu Giu-chi, comp., Chih-yueh-lu (Taipei: Chen Shanmei cn’u pan lei, 1959), Chuan 13 (vol.2), pp. 932-933.
17. Il famoso maestro Zen giapponese Dogen fu anche molto liberale in materia di portare rispetto alle donne o bhiksuni. Egli disse: “Quando fate domande di Dharma ad una monaca che trasmette il tesoro degli occhi del vero Dharma, e che ha raggiunto la fase degli ultimi dieci stadi del bodhisattva, rendetele omaggio, in questo modo lei riceverà naturalmente il vostro omaggio. “(Levering, pag.30). Vedi anche: Dogen Zenji.

18.Ma Tin Hla, MA, The Six Supernatural Powers of The Buddha, Vol. III, n. 4 e 6, 1958. Importante, si veda anche In The Way of Enlightenment: The Ten Fetters of Buddhism. Vedi anche The Four Types of Arhats. (Si prenda nota anche di questo:

 IDDHIVIDHA – IL POTERE DELLA TRASFORMAZIONE: “Se un Bhikkhu avesse desiderio, o Fratelli, di esercitare uno qualunque dei diversi Siddhi (poteri), essendo uno, diventare multiforme, essendo multiforme, di diventare uno; diventare visibile, o diventare invisibile, andare in un altro luogo senza essere bloccati da nulla come un muro o una recinzione, o una montagna, o come attraverso l’aria; penetrare su e giù attraverso la terra solida, come attraverso l’acqua; camminare sulle acque senza dividerla, come su un solido terreno; di viaggiare attraverso il cielo sulle ali come gli uccelli; toccare e sentire con la mano anche il sole e la luna, pur essendo essi possenti e potenti, e di raggiungere con il corpo perfino il cielo di Brahma; lasciandolo quindi pieno di ogni contemplazione, lasciandolo con una tale quiete del cuore che scaturisce dal di dentro, non lasciandolo ritrarsi dall’estasi della contemplazione, lasciandolo guardare attraverso le cose, lasciandolo essere molto più solo!

(AKANKHEYYA SUTTA, Vol. XI, dei Sacri Libri dell’Oriente [14])

19. Vedere T.48, p.16b, p.32b, p.42b, p.44c e p.47b.

20. Vedere l’Hung-Chih ch’an Shih-kung-lu, T.48. p.32b. p.44c, P.94 ter. E il Yuan-wu fo-kuo ch’an Shih-yu-lu  che racconta la storia (T.48, p.779b.)

21. Il Li-tai fa-pao chi, T.51, p.192a-b.

22. Secondo la mitologia Cinese, lo spirito di volpe selvatica è capace di molti tipi di auto-trasformazione. Vedi anche: Enlightenment and Karma: Their Role in the Awakening Experience.

23.CTCTL, T.51, p.294c.

——————————————————————————————————–

Bibliografia: Le Donne nel Buddismo

Il seguente elenco è una selezione di libri sul “divino femminile”, sulle donne e l’ influenza femminile nel Buddismo. La maggior parte dei libri sono scritti da donne, pur se vi sono anche autori di sesso maschile. Ove possibile, sono riportati il numero di pagine e il codice ISBN. Si prega di notare che, se l’autore ha un nome come monaco ordinato, quest’ultimo è messo come un “cognome”. A rigor di termini, questo non sarebbe un utilizzo corretto, ma è il modo in cui tali testi sono catalogati da bibliotecari e editori. Inoltre, questo elenco è stato lasciato in lingua originale per una più attinente conformità.

  1. Aitken, Molly Emma, ed. Meeting the Buddha: On Pilgrimage in Buddhist India. Riverhead Books (Tricycle), 1995 (370pp).
  2. Allione, Tsultrim. Women of Wisdom. London: Arkana, 1984 / New York: Arkana, 1986. ISBN 0-14019-072-4 (282pp). A selection of life stories of great Tibetan women teachers, with a lengthy introduction to the topic of women and the female principle in Tibetan Buddhism.
  3. Bartholomeusz, Tessa. Women under the Bo Tree: Buddhist Nuns in Sri Lanka. New York: Cambridge University Press, 1994.
  4. Batchelor, Martine. Walking on Lotus Flowers: Buddhist Women Working, Loving and Meditating. London: Thorsons/Harper Collins, 1996. ISBN 0-7225-3231-8.
  5. Batchelor, Martine and Brown, Kerry, eds. Buddhism and Ecology. Cassell, 1992. ISBN 0304303756 (114pp.).
  6. Beck, Charlotte Joko. Everyday Zen: Love and Work. San Francisco: Harper & Row, 1989. ISBN 0-06-060734-3.
  7. Beck, Charlotte Joko. Nothing Special: Living Zen. San Francisco: Harper & Row, 1994. ISBN 0-06-251117-3 (277 pages). See also the review by Fumyo Mishaga.
  8. Benard, Elisabeth. Chinnamasta: The Aweful Buddhist and Hindu Tantric Goddess. Motilal Banarsidass, 1995.
  9. Beyer, Stephan. The Cult of Tara: Magic and Ritual in Tibet. Berkeley: University of California Press, 1973. A study of Tibetan beliefs and practices concerning Tara, the Bodhisattva of compassionate activity.
  10. Blakiston, Hilary. But Little Dust. Cambridge: Allborough Press, 1991.
  11. Blofeld, John. Bodhisattva of Compassion: The Mystical Tradition of Kuan Yin. Boulder: Shambhala, 1978. A study of Avalokiteshvara, the Bodhisattva of Compassion, in the female forms of Kuan Yin (Chinese) and Tara (Tibetan).
  12. Boucher, Sandy. Opening the Lotus: A Woman’s Guide to Buddhism. Boston: Beacon Press, 1997. “An introduction to Buddhist philosophy and practice for women.” ISBN 0-8070-7308-3 (hardcover), list $18.00 U.S.
  13. Boucher, Sandy. Turning the Wheel: American Women Creating the New Buddhism (387pp). San Francisco: Harper and Row, 1988. An extensive series of interviews with women active in North American Buddhism.
  14. Byles, Marie B. Journey into Burmese Silence. London: George Allen & Unwin, 1962.
  15. Cabezón, José Ignacio, ed. Buddhism, Sexuality, and Gender. Albany: State University of New York Press, 1992.
  16. Campbell, June. Traveller in Space: In search of female identity in Tibetan Buddhism.. London: Athlone Press, February 1996. ISBN 0-485-11494-1 (236pp.)
  17. Chayat, Roko Sherry, ed. Subtle Sound: The Zen Teachings of Maurine Stuart, with a foreword by Edward Espe Brown. Boston: Shambhala, 1996. ISBN 1-57062-094-6. A collection of teachings by the late female Roshi Maurine Stuart – a principal American student of Soen Nakagawa Roshi and a teacher at the Cambridge Buddhist Association.
  18. Chödron, Pema. Start Where You Are: A Guide to Compassionate Living. Boston: Shambhala, 1994. The author is the abbess of Gampo Abbey in Nova Scotia, Canada, and a senior student of the late Ven. Chögyam Trungpa Rinpoche.
  19. Chödron, Thubten. Open Heart, Clear Mind. Ithaca (NY): Snow Lion Publications, 1990. Thubten Chödron is the seniormost female teacher within the Foundation for the Preservation of the Mahayana Tradition (FPMT), a Tibetan Buddhist organisation founded by the late Lama Yeshe.
  20. Chödron, Thubten. Taming the Monkey Mind. Lutterworth, Leicestershire: Tynron Press, 1990.
  21. Chögyam, Ngakpa. Rainbow of Liberated Energy: Working with Emotions through the Colour and Element Symbolism of Tibetan Tantra. Forthcoming, Aro Books; formerly Longmead: Element Books, 1986.
  22. Coleman, Rev. Mary Teal (Ven. Tenzin Yeshe). MONASTIC: An Ordained Tibetan Buddhist Speaks on Behalf of Full Ordination for Women (99pp).
  23. David-Neel, Alexandra. Magic and Mystery in Tibet (321pp).
  24. Dowman, Keith. Sky Dancer: the secret life and songs of the Lady Yeshe Tsogyel. London: Arkana, 1989; originally London: Routledge & Kegan Paul, 1984. ISBN 0-140-19205-0 (379pp). A sacred biography of the Tibetan yogini Yeshe Tsogyel, consort of Padmasambhava and regarded in her own right as a great mystic, teacher and lineage-holder.
  25. Dresser, Marianne, ed. Buddhist Women on the Edge: Contemporary Perspectives from the Western Frontier. North Atlantic Books, 1996. ISBN 1556432038 (321 pages). The CIIS Bookstore says of this book: “The essays … explore issues of gender, race, class, and sexuality; lineage, authority, and the accessibility of Buddhist institutions; monastic, lay, and community practice; the teacher-student relationship; psychological perspectives and the role of the emotions; crossscultural adaptation and appropriation; and how spiritual practice informs creativity, personal relationships, and political/social activism.”
  26. Drolma, Delog Dawa. Delog: Journey to Realms Beyond Death. Padma Publishing, 1995.
  27. Edou, Jérôme. Machig Labdrön and the Foundations of Chöd (244pp). Ithaca (NY): Snow Lion Publications, 1995. A book about the Tibetan Buddhist practice of chöd, founded by the great female mystic Machig Labdrön.
  28. Ehrlich, Gretel. Questions of Heaven: The Chinese Journeys of an American Buddhist. Boston: Beacon Press, 1997. “A haunting pilgrimage to one of China’s holy mountains.” ISBN 0-8070-7310-5 (hardcover), list $20.00 U.S.
  29. Feldman, Christina. The Quest of the Warrior Woman: Women as Mystics, Healers and Guides. London & San Francisco: Aquarian, 1994. ISBN 1-85538-323-3 (239 pp). The author co-founded Gaia House, a retreat centre in Devon, England. She is also an international adviser to the Buddhist Peace Fellowship.
  30. Feldman, Christina. Woman Awake: A Celebration of Women’s Wisdom (155pp).
  31. Friedman, Lenore. Meetings with Remarkable Women: Buddhist Teachers in America. Boston: Shambhala, 1987.
  32. Galland, China. Longing for Darkness: Tara and the Black Madonna (392pp). New York: Viking, 1990.
  33. Grimshaw, Anna. Servants of the Buddha: Winter in a Himalayan Convent. London: Open Letters, 1992. A woman from Lancashire visits a Ladakhi Buddhist convent.
  34. Gross, Rita M. Buddhism After Patriarchy: A Feminist History, Analysis, and Reconstruction of Buddhism. Albany: State University of New York Press, 1993. (The online journal CyberSangha offers a review of this book.)
  35. Gyatso, Geshe Kelsang. Guide to Dakini Land: A Commentary to the Highest Yoga Tantra Practice of Vajrayogini. London: Tharpa, 1991. A guide to the Highest Yoga Tantra practice of the female Buddha Vajrayogini.
  36. Halifax, Joan. The Fruitful Darkness: Reconnecting with the Body of the Earth. New York: HarperCollins Publishers, 1993. ISBN 0-06-250369-3 (240pp). A personal and very moving journey in which Halifax “weaves diverse themes of deep ecology, shamanism and Buddhism into a colorful literary tapestry” [Andrew T. Weil]. An appendix includes the Precepts of the Order of Interbeing by Ven. Thich Nhat Hanh.
  37. Havnevik, Hanna. Tibetan Buddhist Nuns. Oslo: Norwegian University Press, 1990. The definitive work on the subject.
  38. Hopkinson, Deborah, Michele Hill, and Eileen Kiera, eds. Not Mixing Up Buddhism: Essays on Women and Buddhist Practice. Fredonia (NY): White Pine Press, 1986.
  39. Horner, Isaline B. Women Under Primitive Buddhism. London: Routledge & Kegan Paul, 1930 (reprint Delhi: Motilal Barnasidass, 1975).
  40. Kabilsingh, Chatsumarn. A Comparative Study of Bhikkhuni Patimokkha. Chaukhambha Oriental Research Studies, vol. 28. Varanasi: Chaukhamba Orientalia, 1984. On the vows and rules of fully ordained nuns (bhikkhuni [Pali] or bhikshuni [Sanskrit]).
  41. Kabilsingh, Chatsumarn. Thai Women in Buddhism. Berkeley: Parallax Press, 1991.
  42. Kalyanavaca, editor, The Moon and Flowers – A Woman’s Path to Enlightenment Birmingham:Windhorse Publications, 1997. Brings together essays written by nineteen women who have been ordained within the Buddhist tradition.
  43. Khema, Ayya. Being Nobody, Going Nowhere. London: Wisdom Publications, 1987. An introduction to Buddhist practice by a German-born bhikshuni (fully ordained nun) of the Theravada tradition.
  44. Khema, Ayya. When the Iron Eagle Flies: Buddhism for the West. London: Arkana, 1991.
  45. Khong, Chan. Learning True Love: How I Learned and Practiced Social Change In Vietnam. Berkeley: Parallax Press, 1993.
  46. King, Sallie B., trans. Passionate Journey: The Spiritual Autobiography of Satomi Myodo. Boston: Shambhala, 1978.
  47. Klein, Anne C. Meeting the Great Bliss Queen: Buddhists, Feminists, and the Art of the Self (307pp). Boston: Beacon Press, 1995. (Click here to see a reproduction of a thangka of Yeshe Tsogyal in the form of Dechen Gyalmo, the Great Bliss Queen.)
  48. Kunsang, Erik Pema. Dakini Teachings: Padmasambhava’s Oral Instructions to Lady Tsogyal. Boston: Shambhala, 1990. ISBN 0877735468 (189pp.).
  49. Kunsang, Erik Pema. The Lotus-Born: the life story of Padmasambhava. Composed by Yeshe Tsogyal. Boston: Shambhala, 1990. ISBN 0877738696 (321pp.).
  50. Law, Bimala Churn. Women in Buddhist Literature. Varanasi: Indological Book House, 1981.
  51. Levine, Norma. Blessing Power of the Buddhas (155pp). Describes observable physical manifestations, e.g. relics and other sacred objects, of the Buddhas’ blessings.
  52. Majupuria, Indra. Tibetan Women (Then and Now). Lashkar, India: M. Devi, 1990.
  53. Murcott, Susan. The First Buddhist Women: Translations and Commentaries on the Therigata (219pp). Berkeley: Parallax Press, 1991.
  54. Neumaier-Dargyay, Eva K. The Sovereign All-Creating Mind – The Motherly Buddha: A Translation of the Kun byed rgyal po’i mdo. Albany: State University of New York Press, 1992.
  55. Norberg-Hodge, Helena. Ancient Futures: Learning from Ladakh. Vintage, 1991. Preface by H.H. the Dalai Lama, introduction by Peter Matthiessen.
  56. Norman, K.R., trans. The Elders: Verses II: Therigatha. London: Pali Text Society and Luzac & Company, 1971.
  57. O’Halloran, Maura. Pure Heart, Enlightened Mind. Riverhead Books (Tricycle), 1994. Lovely story of a young Irishwoman who became a recognised Zen master in Japan.
  58. Palmer, Martin and Ramsay, Jay with Kwok, Man-Ho. Kuan Yin: Myths and Propecies of the Chinese Goddess of Compassion. London/San Francisco: Thorsons (HarperCollins Publishers), 1995. ISBN 1 85538 417 5 (226pp).
  59. Pao-Ch’ang, Shih. Lives of the nuns: biographies of Chinese Buddhist nuns from the fourth to sixth centuries. Trans. by Kathryn Ann Tsai. Honolulu: Univ. of Hawaii Press, 1994. ISBN 0824815416 (188pp).
  60. Padmasuri. But Little Dust : Life Amongst the Ex-Untouchables of India . Birmingham:Windhorse Publications, 1997.
  61. Paul, Diana Y. Women in Buddhism: Images of the Feminine in Mahayana Buddhism. Berkeley: University of California Press, 1985; formerly Berkeley: Asian Humanities Press, 1979.
  62. Rhie, Marylin M., and Robert A.F. Thurman. Wisdom and Compassion: The Sacred Art of Tibet. New York: Harry N. Abrams, 1991. A magnificent large-format book of sacred art (statues and paintings) from Tibet (from the art exhibit of the same name). Includes depictions of numerous female Buddhas, bodhisattvas and protectors.
  63. Rhys-Davids, C.A.F. and Norman, K.R., translators. Pitakas/Khuddaka: Poems of Early Buddhist Nuns (Therigata). Headington, Oxford: Pali Texts Society, 1989. ISBN 0860132897 (233pp).
  64. Roberts, Bernadette. The Experience of No-Self. Boulder, Colorado: Shambala, 1984. A practising Catholic’s experience of anatta or no-self.
  65. Salzburg, Sharon. Lovingkindness: The Revolutionary Art of Happiness (193pp). Shambhala. Co-founder of the Insight Meditation Society and Barre (Massachusetts) Center of Buddhist Studies.
  66. Savvas, Carol D. A Study of the Profound Path of gCod: The Mahayana Buddhist Meditation Tradition of Tibet’s Great Woman Saint Machig Labdrn. Ph.D. dissertation: University of Wisconsin-Madison, 1990 (493 pp). A detailed study of the origin and practice of chöd with translations of many essential texts and commentaries.
  67. Seneviratne, Maureen. Some Women of the Mahavamsa and Culavamsa. Colombo: H.W. Cave & Co., 1969.
  68. Shaw, Miranda. Passionate Enlightenment: Women in Tibetan Buddhism. Princeton (NJ): Princeton University Press, 1994. ISBN 0-691-03380-3 (291pp). A riveting look at the little-known role of female teachers and lineage-holders in the Vajrayana tradition. Essential reading for Tibetan Buddhist women.
  69. Shin, Nan (pseud.). Diary of a Zen Nun: Every Day Living. New York: E.P. Dutton, 1988.
  70. Sidor, Ellen S. A Gathering of Spirit: Women Teaching in American Buddhism. Cumberland (R.I.): Primary Point Press, 1987.
  71. Srimala, Breaking Free : Glimpses of a Buddhist Life Birmingham:Windhorse Publications, 1997. The remarkably honest, moving, and often very funny story of a woman’s journey to spiritual freedom.
  72. Subhuti (Alex Kennedy). Women, Men and Angels. Birmingham: Windhorse Publications, 1996. An exposition of the provocative views of Sangharakshita, the founder of the Western Buddhist Order/FWBO, on women and men in the spiritual life.
  73. Tsomo, Karma Lekshe, ed. Buddhism Through American Women’s Eyes. Ithaca (NY): Snow Lion Publications, 1995. ISBN 1-55939-047-6 (180 pp). A selection of essays “by practitioners from the Theravada, Japanese Zen, Shingon, Chinese Pure Land, and Tibetan traditions, who share their thoughts on Buddhist philosophy, its practical application in everyday life, and the challenges of practicing Buddhism in the Western world.”
  74. Tsomo, Karma Lekshe, ed. Sakyadhita: Daughters of the Buddha. Ithaca (NY): Snow Lion Publications, 1989. Lekshe is a bhikshuni (fully ordained nun) in the Tibetan Buddhist tradition and is Secretary of Sakyadhita International. She founded the Jamyang Chöling Institute for Buddhist Women in India and is currently in the Philosophy Department at the University of Hawai’i. This book is a collection of essays and presentations by women who attended the first international conference of Buddhist women, with significant content relating to the ordination of nuns.
  75. Tsomo, Karma Lekshe. Sisters in Solitude – Two Traditions of Buddhist Monastic Ethics for Women – A Comparative Analysis of the Chinese Dharmagupta and the Tibetan Mulasarvastivada Bhiksuni Pratimoksa Sutras. New York: SUNY Press, 1996. ISBN 0-7914-3090-1 (paperback) or 0-7914-3089-8 (cloth), 192 pp. This landmark book is the first translation into English of two versions of the Bhikshuni Pratimoksha Sutra, the precepts and rules of conduct for fully-ordained Buddhist nuns.
  76. Tulku, Tarthang, trans. Mother of Knowledge: The Enlightenment of Ye-shes mTsho-rgyal, by Nam-mkha’i snying-po, ed. Jane Wilhelms. Berkeley: Dharma Publishing, 1983. Another translation (see Dowman, above) of the sacred biography of the Tibetan yogini Yeshe Tsogyel.
  77. Willis, Janice D., ed. Feminine Ground: Essays on Women and Tibet. Ithaca (NY): Snow Lion Publications, 1989; reprinted 1995.
  78. Willson, Martin. In Praise of Tara: Songs to the Saviouress. London: Wisdom Publications, 1986.
  79. Wilson, Liz. Charming Cadavers: Horrific Figurations of the Feminine in Indian Buddhist Hagiographic Literature. Chicago: University of Chicago Press, 1996.  (http://www.geocities.com/zennun12_8/index.html#N30)


 

 

Lascia un commento

giugno 29, 2014 · 5:05 pm

Hans Sedlmayr

Hans Sedlmayr

 

In quali condizioni un’opera d’arte  o l’arte di un artista o di un’ epoca  può essere chiamata demoniaca (che significa, come avevamo convenuto, ‘cacodemoniaca’, ossia derivante dallo spirito maligno), diabolica o infernale. ( Nella foto:Mark Ryden nel suo studio )
Sul piano di una storia dell’arte che abbia pretese di autonomia, e dunque di estetismo puro, è impossibile stabilire utilmente un concetto di arte demoniaca. Di più: su tale piano non si riesce neppure a percepire quale sia il senso esatto del termine ‘arte demoniaca’; termine peraltro indispensabile a penetrare realmente i fenomeni artistici e a discernere efficacemente i diversi spiriti che si manifestano nelle arti. Per giungere a tale discernimento è indispensabile fare quello che l’estetismo non fa: prendere sul serio le opere d’arte. A tale scopo è necessario considerarle come enunciazioni, enunciazioni plastiche riguardanti stati di cose reali e ontologici, enunciazioni che possono essere vere o false (o insensate) al pari delle enunciazioni verbali.
Procedendo così, difenderemo la seguente tesi: un’opera d’ arte è demoniaca, diabolica, quando conferma con l’immagine un’enunciazione ontologicamente falsa su Dio, gli angeli, l’uomo, il mondo, la natura ecc.; ossia quando esprime tale enunciazione sotto una forma artistica che impegni lo spettatore ad approvare e accettare la falsa asserzione. Tale opera d’arte è un ‘rovesciamento’, divenuto forma, non solo dell’ordine dei valori, ma anche dell’ordine ontologico, e ciò corrisponde peraltro al senso primo del termine ‘diabolus’, diabolico. Dal punto di vista oggettivo, in rapporto all’essere e a ciò che è, si tratta di una menzogna, proprio come il ‘diabolus’ è il ‘padre della menzogna’. E dal punto di vista soggettivo, in rapporto allo spettatore, si tratta di ‘seduzione’, proprio come Satana è il ‘seduttore delle origini’.

(da IlNodoGordiano.it)

Lascia un commento

giugno 29, 2014 · 4:59 pm

”Archetipi celesti” di Mircea Eliade

 

Archetipi celesti dei territori, dei templi e delle città

Secondo le credenze mesopotamiche, il Tigri ha il suo modello nella stella Anunlt, e l’Eufrate nella stella della Rondine. Un testo sumerico parla della “dimora delle forme degli dèi”, in cui si trovano “[le divinità] dei greggi e quelle dei cereali”.

Anche per i popoli altaici le montagne hanno un prototipo ideale nel cielo. I nomi dei luoghi e dei nomi egiziani erano dati secondo i “campi celesti”: si cominciava con il conoscere i “campi celesti”, poi li si identificava nella geografia terrestre. Nella cosmologia iranica di tradizione zervanita “ogni fenomeno terrestre, astratto o concreto, corrisponde a un termine celeste, trascendente, invisibile, a un’”idea” nel senso platonico. Ogni cosa, ogni nozione si presenta sotto un duplice aspetto: quello di menok e quello di getah. Vi è un cielo visibile: vi è quindi anche un cielo menok che è invisibile (Bundahishn, c. 1). La nostra terra corrisponde a una terra celeste. Ogni virtù praticata quaggiù, nel getah, possiede una controparte celeste che rappresenta la vera realtà… L’anno, la preghiera… insomma, tutto quello che si manifesta nel getah è contemporaneamente menok. La creazione è semplicemente sdoppiata. Dal punto di vista cosmogonico, lo stadio cosmico qualificato come menok è anteriore allo stadio getah“.

In particolare, il tempio – come luogo sacro per eccellenza – aveva un prototipo celeste. Sul monte Sinai, Jahvè mostra a Mosè la “forma” del santuario che dovrà costruirgli: “Costruirete il tabernacolo con tutti gli arredi, esattamente secondo il modello che ti mostrerò” (Es. 25,8-9). “Guarda e costruisci tutti questi oggetti secondo il modello che ti ho mostrato sulla montagna” (25,403). E quando Davide dà a suo figlio Salomone la pianta delle fondamenta del tempio, del tabernacolo e di tutti gli arredi lo assicura che ” tutto ciò… si trova esposto in uno scritto opera della mano dell’Eterno, che me ne ha dato la comprensione ” (Cron. 1,28,19). Di conseguenza ha visto il modello celeste.

Il più antico documento concernente l’archetipo di un santuario è l’iscrizione di Gudéa che si riferisce al tempio innalzato da lui a Lagash. Il re vede in sogno la dea Nidaba, che gli mostra un pannello su cui sono elencate le stelle benefiche, e un dio, che gli rivela la pianta del tempio. Anche le città hanno il loro prototipo divino. Tutte le città babilonesi avevano i loro archetipi in costellazioni: Sippar nel Cancro, Ninive nell’Orsa Maggiore, Assur in Arturo, ecc. Sennacherib fa costruire Ninive secondo “il progetto stabilito da tempi remotissimi nella configurazione del cielo”. Non soltanto un modello precede l’architettura terrestre, ma si trova anche in una “regione” ideale (celeste) dell’eternità. Lo proclama Salomone: “Tu mi hai ordinato di costruire il tempio nel tuo santissimo Nome, e anche un altare nella città in cui tu abiti, secondo il modello della tenda santissima, che tu avevi preparato fin dall’inizio!” (Sap. 9,8).

Una Gerusalemme celeste è stata creata da Dio prima che la città di Gerusalemme fosse costruita dalla mano dell’uomo: a quella si riferisce il profeta nell’Apocalisse Siriaca di Baruch, 2,42, 2-7: “Credi che sia là la città di cui ho detto: “Nella palma delle mie mani ti ho fondata”? La costruzione che si trova attualmente in mezzo a voi non è quella che è stata rivelata in me, quella che era preparata dal tempo in cui mi sono deciso a creare il Paradiso, e che ho mostrato ad Adamo prima della sua colpa…”.

La Gerusalemme celeste ha infiammato l’ispirazione di tutti i profeti ebrei: Tobia (13,16), Isaia (59,11 ss.), Ezechiele (60) ecc. Per mostrargli la città di Gerusalemme, Dio rapisce Ezechiele in una visione estatica, e lo trasporta su di una montagna altissima (60,6 ss.). E gli Oracoli Sibillini conservano il ricordo della Nuova Gerusalemme, al centro della quale risplende “un tempio con una torre gigantesca che tocca le nubi ed è vista da tutti”. Ma la più bella descrizione della Gerusalemme celeste si trova nell’Apocalisse (21,2 ss.): “E io, Giovanni, ho visto la città santa, la nuova Gerusalemme, che discendeva dal cielo, da presso Dio, pronta come una sposa che si è adornata per il suo sposo”.

Ritroviamo la stessa teoria in India: tutte le città regali indiane, anche moderne, sono costruite sul modello mitico della città celeste in cui abitava nell’età dell’oro (in illo tempore) il sovrano universale. E, proprio come quello, il re si sforza di far rivivere l’età dell’oro, di rendere attuale un regno perfetto, idea che ritroveremo nel corso del presente studio. Così, per esempio, il palazzo-fortezza di Sihagiri, a Ceylon, è costruito sul modello della città celeste Alakamanda, ed è “di difficile accesso per gli esseri umani” (Mabavastu, 39,2). Anche la città ideale di Platone ha un archetipo celeste (Rep. 592b, cfr. ibid., 500e). Le “forme” platoniche non sono astrali, ma la loro regione mitica si situa tuttavia su piani sopra-terreni (Fedro, 247,250). Così, il mondo che ci circonda, in cui si sente la presenza e l’opera dell’uomo – le montagne sulle quali vive, le regioni popolate e coltivate, i fiumi navigabili, le città, i santuari – hanno un archetipo extraterreno, concepito sia come una “pianta”, come una “forma”, sia semplicemente come un “doppio” esistente precisamente a un livello cosmico superiore. Ma non tutto, nel “mondo che ci circonda”, ha un prototipo di questa specie. Per esempio, le regioni desertiche abitate da mostri, i territori incolti, i mari sconosciuti su cui nessun navigatore ha osato avventurarsi ecc. non dividono con la città di Babilonia o con il nomo egiziano il privilegio di un prototipo differenziato. Essi corrispondono a un modello mitico ma di un’altra natura: tutte queste regioni selvagge, incolte, ecc. sono assimilate al caos; esse partecipano ancora della modalità indifferenziata, informe, precedente la creazione. Per questo, quando si prende possesso di un determinato territorio, cioè quando si comincia ad esplorarlo, si compiono riti che ripetono simbolicamente l’atto della creazione; la zona incolta è prima di tutto “cosmizzata”, poi abitata.

Ritorneremo fra poco sul significato delle cerimonie di presa di possesso delle zone di nuova scoperta. Per ora vogliamo sottolineare che il mondo che ci circonda, civilizzato dalla mano dell’uomo, ha, come unica validità, quella dovuta al prototipo extraterrestre che gli è servito di modello. L’uomo costruisce secondo un archetipo; non soltanto la sua città o il suo tempio hanno modelli celesti, ma anche tutta la regione che abita, con i fiumi che la bagnano, i campi che gli dànno il nutrimento, ecc. La carta di Babilonia mostra la città al centro di un vasto territorio circolare circondato dal fiume Amer, esattamente come i sumeri si raffiguravano il paradiso: questa partecipazione delle culture urbane a un modello archetipico conferisce loro la realtà e la validità. Lo stanziamento in una zona nuova, sconosciuta e incolta, equivale a un
atto di creazione. Quando i coloni scandinavi presero possesso dell’Islanda, land-nàma, e la dissodarono, non considerarono questo atto né come un’opera originale né come un lavoro umano e profano. La loro impresa era per essi soltanto la ripetizione di un atto primordiale: la trasformazione del caos in cosmo per opera dell’atto divino della creazione. Lavorando la terra desertica, essi ripetevano infatti l’atto degli dèi che ordinavano il Caos dandogli forme e norme. O meglio: una conquista territoriale diventa reale soltanto dopo, o più esattamente, per mezzo del rituale di presa di possesso, che è solo una copia dell’atto primordiale della creazione del mondo. Nell’India vedica un territorio veniva preso legalmente in possesso per mezzo della costruzione di un altare dedicato ad Agni. “Si dice che ci si è stanziati (avasyati) quando si è costruito un garbapatya, e tutti quelli che costruiscono l’altare del fuoco sono stanziati” (avasitah), dice il Catapatha Brahmana (7,1,1,1-4). Ma l’erezione di un altare dedicato ad Agni è precisamente l’imitazione microcosmica della creazione. Anzi, un qualunque sacrificio è, a sua volta, la ripetizione dell’atto della creazione, come affermano espIicitamente i testi indù. I “conquistadores” spagnoli e portoghesi prendevano possesso, in nome di Gesù Cristo, delle isole e dei continenti che avevano scoperto e conquistato. Il piantare la croce equivaleva a una “giustificazione” e alla “consacrazione” della zona, a una “nuova nascita”, che ripeteva anche il battesimo (atto di creazione). A loro volta i navigatori britannici prendevano possesso delle regioni che avevano conquistato in nome del re d’Inghilterra, nuovo cosmocrator.

L’importanza dei cerimoniali vedici, scandinavi o romani ci apparirà più chiaramente quando esamineremo in particolare il senso della ripetizione della creazione, l’atto divino per eccellenza. Per ora consideriamo solo un fatto: ogni territorio occupato con lo scopo di abitarvi o di utilizzarlo come “spazio vitale” è prima di tutto trasformato da “caos” in “cosmos”; cioè, per effetto del rituale gli viene conferita una “forma” che lo fa così divenire reale. Evidentemente la realtà si manifesta, per la mentalità arcaica, come forza, efficacia e durata. Perciò il reale per eccellenza è il sacro, poiché soltanto il sacro è in un modo assoluto, agisce efficacemente, crea e fa durare le cose. Gli innumerevoli gesti di consacrazione – degli spazi, degli oggetti, degli uomini, ecc. – tradiscono l’ossessione del reale, la sete del primitivo per l’essere.

* * *

( da ”Il mito dell’eterno ritorno” di Mircea Eliade )

Lascia un commento

Archiviato in argomenti vari