Differente dagli altri

Per la prima volta

provavo il piacere perverso

di essere differente dagli altri;

è difficile non credersi superiori,

quando si soffre di più,

e la visione della gente felice

ci dà la nausea della felicità.

 

1

(Marguerite Yourcenar)

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Éloge de la lucidité : Une mise au point éclairante – 1

 
– Matthieu Ricard –
Ho scoperto da qualche anno Matthieru Ricard, biologo ricercatore e monaco buddhista, divenuto il portavoce del Dalai Lama in Occidente.La sua conoscenza mi ha permesso di allargare il mio orizzonte mentale e spirituale, grazie ai suoi insegnamenti che costituiscono una guida per la serenità del vivere.
Ritengo i suoi pensieri molto profondi e le sue indicazioni una via per la saggezza.
Ora è apparso nel suo blog questo articolo molto intressante e perspicace di un autore scelto da lui stesso e quindi sicuramente affidabile, che ci accompagna nella ricerca della lucidità, elemento essenziale dell’intelligenza e presupposto indispensabile per salire sulla vetta del sapere religioso, nel significato proprio del termine, cioè nell’analisi del nostro legame con il Sacro.
Ometto la traduzione in italiano per non alterare la genuinità e la freschezza dello scritto.
*****
Écrit le 8 juillet 2014

A l’occasion de la parution d’Éloge de la lucidité , le dernier ouvrage d’Ilios Kotsou, préfacé par notre ami commun Christophe André, j’ai moi-même ajouté une petite pierre à ce bel édifice sous la forme d’une postface, dont voici une version légèrement modifiées.

La lecture rafraîchissante et ô combien instructive de cet Éloge de la lucidité , permet à tous ceux qui aspirent à s’épanouir dans l’existence de comprendre, grâce aux analyses perspicaces d’Ilios, qu’il importe de ne pas se laisser fasciner par le miroir aux alouettes d’un « bonheur en boîte », par les vaines promesses d’une félicité « facile, rapide et bon marché », par le fast-food de la « méditation 3G », et par l’épuisante poursuite d’une « euphorie perpétuelle » démystifiée par ailleurs par Pascal Bruckner. Personne ne se lève le matin en souhaitant souffrir toute la journée et, si possible, le restant de ses jours, mais sachez-le, si vous courez à la poursuite d’un bonheur « clés en mains », vous lui tournez le dos et ne faites que nourrir obstinément les racines mêmes de vos souffrances.

La recherche de paradis artificiels mène le plus souvent au purgatoire du désenchantement, ou pire aux enfers de la dangereuse illusion individualiste de se croire unique, hors d’une société que l’on rejette mais, qu’à sa manière, l’on fait si bien fonctionner. Mimer le bonheur ne fait que renforcer le mal-être. « Tout homme veut être heureux ; mais, pour parvenir à l’être, il faudrait commencer par savoir ce que c’est que le bonheur, » écrivait Jean-Jacques Rousseau.

Si tous les hommes recherchent, à leur façon, à éviter le malheur et à mener une existence dont ils estiment qu’elle vaut la peine d’être vécue, il y a loin de l’aspiration à la réalisation. Les moyens mêmes de pallier la souffrance servent souvent à l’alimenter. Comment cette tragique méprise peut-elle se produire ?

La première illusion consiste à chercher le bonheur comme s’il constituait une sorte d’entité autonome semblable au gros paquet cadeau que les enfants attendent avec impatience à l’approche de Noël. Or le bonheur n’est pas une « chose », mais un processus dynamique, un fruit qui mûrit grâce à une myriade de causes et de conditions, un sentiment de plénitude et d’accomplissement qui émerge d’un ensemble de qualités dont certaines dépendent des conditions extérieures, tandis que d’autres résultent de vertus que nous avons — à des degrés divers — la faculté de cultiver : la liberté intérieure, la force d’âme, la bienveillance, ainsi qu’un ensemble de capacités, de ressources intérieures qui nous permettent de gérer les hauts et les bas de l’existence.

Il y a beaucoup de naïveté, en particulier, à s’imaginer que seules les conditions extérieures vont assurer notre bonheur. On pourrait s’attendre à ce qu’une gloire ou une richesse soudaine exauce tous nos souhaits, mais il arrive le plus souvent que la satisfaction procurée par de tels événements soit de courte durée et n’augmente en rien notre bien-être. Une étude a montré par exemple que la majorité des gagnants à la loterie ont connu une période de jubilation à la suite de leur bonne fortune, mais qu’un an plus tard ils étaient retombés à leur degré de satisfaction habituel, voire plus bas.

À suivre…

Ilios Kotsou (2014). Éloge de la lucidité . Robert Laffont

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Usura

La parola usura indica pratiche finanziarie proibite dalla Chiesa: quando non c’è produzione o trasformazione di beni concreti, ma solo riscossione di un interesse in denaro sul denaro. Dalla tarda antichità a oggi, l’usura è uno dei grandi problemi che collega e disgiunge economia e morale.

Dove finisce il giusto compenso e dove inizia il lucro che distrugge le esistenze? Tra i vizi capitali fissati dalla Chiesa l’usura rientra nell’avarizia, e l’usuraio pecca perché vende l’intervallo tra il momento in cui presta e quello in cui viene rimborsato con l’interesse: commercia dunque il tempo, che compete solo a Dio. Il veto trovò eccezioni: Tommaso d’Aquino pose le premesse per inserire il tasso di interesse fra i contratti leciti, mentre Bernardino da Siena precisò la distinzione tra usuraio e banchiere, la cui attività consente la circolazione della ricchezza, dato che il prestito è alla base del moderno sistema finanziario.

In questa tensione si fecero strada le donazioni pro remedio animae (per la salvezza dell’anima), destinate a opere di bene, o d’arte, ma le rappresentazioni dei prestatori conservano sempre connotazioni negative. La figura dell’usuraio è legata a quella dell’ebreo: essendo proibite loro quasi tutte le attività, agli ebrei non restava che la medicina e il prestito.

La Chiesa avvertì la necessità di aiutare chi fosse in difficoltà e i francescani, dal 1462, ispirarono e fondarono i Monti di Pietà come istituzioni antiusura.

(Dall’introduzione di Ludovica Sebregondi alla mostra dal titolo ” Denaro e bellezza, I banchieri,Botticelli e il rogo delle vanità”, Pal. Strozzi di Firenze 17.09.11- 22.01. 12)

 

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L’entusiasmo per i mondiali…

tumblr_me0f13PRvR1qzmisto1_500irina-shayk-hot-164343351Irina-Shayk-Sports-Illustrated-Swimsuit-2011-Issue-17Ir2Ir                        E’ tutto per Irina

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Via Veneto addio!

cafè de parisIn questo pezzo, tratto dal quotidiano romano ”Il Tempo”. c’è tutto il degrado della più celebre strada della capitale ef il canto del cigno della poesia che l’avvolgeva dagli anni sessanta.

Mandiamo un pensiero  affettuoso alla vecchia Roma e ad una delle più rinomate attrattive sia per i romani che per i turisti.

La modernità ha travolto tutto con l’arrivo delle mafie e il decaimento del buon gusto e della cultura. Che cosa rimane ornai dei caffè storici e dell’elegante Cafè de Paris. Solo trash e macerie.

*****

È da sempre il simbolo della Dolce Vita ma a via Veneto, di dolce, però, non c’è più nulla. Basta vedere come è ridotto il Cafè de Paris, locale celebre, frequentato tra gli altri da Federico Fellini e Marcello Mastroianni, coinvolto qualche anno fa in un’inchiesta giudiziaria sulla ’ndrangheta, ora chiuso e in stato di completo abbandono. Attraverso i vetri si vedono tavoli e sedie accatastate alla rinfusa, le fioriere esterne sono diventate dei grandi posacenere. I turisti passano, osservano e lanciano sguardi tra sdegno e stupore. Poi ci si guarda un po’ e si vede sporcizia sui marciapiedi, dissesto delle strade, macchine in doppia fila e camion merci che scaricano ad ogni ora, e poi incuria degli spazi verdi, erbacce che crescono ovunque sui marciapiedi, senza tetto che chiedono con insistenza l’elemosina davanti agli alberghi e ai ristoranti quando cala la sera.

È rimasto davvero poco della strada simbolo della Dolce Vita degli anni ’60, consacrata dal film di Fellini, dove tutti, romani e turisti, facevano a gara per sedersi ai tavoli dei suoi caffè all’aperto e poter guardare le vetrine dei negozi più alla moda della città. Attori, vip, personaggi di tutto il mondo l’hanno ammirata, vezzeggiata e si sono immersi nella sua atmosfera facendo diventare via Veneto la location ideale di un set cinematografico. Non solo Fellini. In questi trecento metri nel centro storico romano, da piazza Barberini a Villa Borghese, il cinema e Roma hanno trovato scene e backstage. Ad esempio il signor Max di Mario Camerini del 1937 con Vittorio De Sica e vent’anni dopo il conte Max, sempre con De Sica; il film «Sciuscià», nel 1946, che si apre con una scena girata proprio a via Veneto tra i lustrascarpe del dopoguerra.

Oggi la strada ha perso quel suo fascino antico, diventando una via come tante altre e dimenticando il suo passato. L’Associazione di Via Veneto, che riunisce attività commerciali e alberghi, lancia un grido d’allarme. «Non possiamo assistere senza far nulla al degrado di una delle vie più belle del mondo – dice Pietro Lepore, vicepresidente dell’Associazione, proprietario dell’Harry’s Bar – via Veneto è stata abbandonata dalle istituzioni. L’unico interlocutore che ci ha dimostrato attenzione è stato l’assessore del I Municipio ai lavori pubblici, Tatiana Campioni. Abbiamo molte idee su come rilanciare questa strada e stiamo portando avanti alcuni gemellaggi con paesi come la Russia che ha un turismo di elite da poter convogliare nella Capitale, ma sinceramente ci vergogniamo di far vedere all’estero come è ridotta via Veneto».

Facciamo un giro, allora, per renderci conto meglio della situazione. Ad accompagnarci è Laurent Hudry dell’albergo Sofitel in via Lombardia, colui che sta cercando di portare avanti il gemellaggio con la Russia. Su via Veneto le poche aree verdi esistenti sono realizzate e curate dagli esercenti e, infatti, sono ben tenute. Tutto il resto, alberi, cespugli e aiuole, crescono incolti. Le macchine, i taxi, i camion merci e gli ncc attraversano la strada a tutta velocità. Non ci sono vigili e dunque sono in tanti ad approfittare dei parcheggi in doppia fila.

Poco prima degli archi, verso Porta Pinciana, svoltiamo su via Campania. Ci colpiscono i cinque cassonetti posizionati in fila uno vicino all’altro stracolmi di spazzatura, accanto ad uno dei quali si intravede un carrellino di quelli da supermercato. I marciapiedi sono divelti dalle radici degli alberi, se non guardi bene a terra mentre cammini rischi di cadere ogni metro. Quei marciapiedi sono calpestati ogni giorno da migliaia di turisti che occupano i 12 alberghi posizionati tra via Veneto e le strade limitrofe. ìMi è capitato più volte di imbarazzarmi di fronte allo stupore dei clienti del mio hotel”, ci dice Hudry. Per quanto riguarda, invece, Porta Pinciana, la nostra «guida» ci svela che l’idea sarebbe quella di farla diventare un set cinematografico all’aperto. Sogno che si infrange sulla dura realtà: «I faretti che illuminano gli archi sono fulminati da un paio di anni».

Torniamo indietro verso via Lombardia, giriamo su via Ludovisi e poi prendiamo via Aurora. Ovunque c’è erba alta sui marciapiedi, segno che non viene tagliata da tempo, gli spazi verdi sono diventati dei cestini della spazzatura a cielo aperto. La dice lunga sullo stato di abbandono della zona quel ponteggio su via Aurora messo per impedire il crollo di un muro. La targa che indica l’iter dei lavori attaccata vicino non lascia spazio alle interpretazioni: 2002. Significa che quel muro è diventato pericolante 12 anni fa, ma l’inizio dei lavori è datato 2012. Due anni dopo, però, il ponteggio è ancora lì. In compenso in mezzo ci è cresciuto un albero e tutto intorno altre erbacce e non si vede l’ombra di operai al lavoro.

Damiana Verucci

 

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Watson è meglio

a70168cadaecf825d512f875b5ce2f7fTra Sherlock Holmes e Joan Watson non ho dubbi…

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Unione europea e identità dell’Europa


Alain de Benoist

Intervista ad Alain de Benoist

Nicolas Gauthier, Boulvard Voltaire, 29 maggio 14

Potrebbe essere questo il vostro paradosso personale. Siete militante europeo da lungo tempo. Ma i movimenti dissidenti che vi leggono con assiduità sono spesso inclini a opzioni più nazionalistiche. Come risolvere questa equazione con più incognite, sapendo che non sempre si sa di quale Europa si parla?

Il rimprovero maggiore che si possa fare all’Unione europea è di aver screditato l’Europa, mentre le condizioni oggettive della necessità di un’Europa unita politicamente sono più attuali che mai. Pur considerando che il sovranismo non porta da nessuna parte, perché nessuno Stato da solo è in grado di far fronte alle attuali sfide planetarie, a cominciare dal controllo del sistema finanziario, capisco molto bene le critiche che i sovranisti rivolgono all’Unione europea. Meglio ancora, le condivido poiché la sovranità che si toglie alle nazioni non è riportata a livello sovranazionale, ma sparisce in una sorta di buco nero. E’ abbastanza naturale, in queste circostanze, essere tentati a ripiegare sullo Stato-nazione. Secondo me, però, la parola d’ordine non è “per la Francia contro l’Europa”, ma piuttosto “Per l’Europa, contro Bruxelles”.

Cosa le ispira l’innegabile vittoria del Fronte Nazionale alle ultime elezioni europee ?

Si conferma che i Francesi non possono più vedere, anno dopo anno, dei partiti che si succedono al governo e fanno la stessa politica liberale senza mai mantenere le promesse né ottenere risultati. A torto o a ragione, il FN appare loro, quindi, come l’ultima speranza. Allo stesso tempo, segna una svolta storica (ma bisognerà attendere i risultati delle prossime elezioni regionali per sapere se il FN è diventato davvero il primo partito in Francia): il risultato del partito di Marine Le Pen è ricco di insegnamenti. Innanzitutto mostra che la demonizzazione della quale è stato fatto oggetto non funziona più, perché la gente semplicemente non crede più ad argomenti ripetuti troppe volte per mantenere ancora un senso, ma che questa demonizzazione, la cui mira era quella di delegittimare un concorrente pericoloso trasformandolo in nemico ripugnante e odioso, ha sortito esattamente il risultato opposto, cioè l’installazione del FN al centro della vita politica francese. Come ha spiegato in questi giorni Pierre-André Taguieff a “Le Figaro”, in occasione della pubblicazione del suo eccellente libro Il diavolo in politica: “La propaganda antilepenista in genere ha agito come un potente fattore di crescita del FN”. Quando abbiamo capito questo, capiremo molto. Questa vittoria elettorale mostra anche come Marine Le Pen ha fatto bene a resistere a coloro che la spingevano a posizionarsi come partito della “destra nazionale”. Il FN, ora, supera felicemente il dualismo sinistra-destra. E’ fra i giovani e le classi popolari che ottiene i suoi migliori risultati: alle Europee, il 43% dei lavoratori ha votato per il Fronte, solo l’8 % per il Partito socialista! Questa base popolare dimostra che il FN ha cessato di essere un partito di protesta per diventare un partito in grado di aspirare al potere – rimanendo più che mai l’Ump il suo principale avversario .

Cosa ne pensa della nascita di tutti questi movimenti “identitari” e “euroscettici ” in Europa?

Il loro comune denominatore è ovviamente il populismo. Non dobbiamo dimenticare di ripetere che il populismo non è un’ideologia, ma uno stile e che questo stile è compatibile con orientamenti differenti. D’altronde, basta confrontare il FN con la Lega Nord in Italia, o il Vlaams Belang nelle Fiandre, per vedere come le loro posizioni sono divergenti su regionalismo, programma economico e sociale o sulla “laicità”. L’ascesa dei movimenti populisti riflette ovviamente il discredito dei partiti della Nuova Classe, oggi completamente tagliati fuori dal popolo, e la sfiducia di cui sono oggetto, che alimenta ormai del vero panico morale. E’ evidente anche l’incredibile ampiezza della crisi della rappresentanza. Il FN, che ha vinto le elezioni del 25 maggio, ha solo due o tre membri dell’Assemblea Nazionale. L’Ukip, primo partito britannico, ha superato sia i conservatori e i laburisti, e non ha un solo seggio al Parlamento di Londra! E ci si sorprende che il sistema mostri delle crepe?

In questa fase elettorale, che fare dell’Europa? Ridefinirla? Rimetterla in pista? Farla finita con l’Europa una buona volta per tutte o, al contrario, darle una nuova vita, ammettendo che sia ancora possibile?

L’Europa è oggi un grande corpo malato, paralizzato, bloccato, incapace di definire la sua identità, pronto a uscire dalla storia per diventare oggetto della storia degli altri, come dimostra il suo docile consenso a fondersi in una grande zona di libero scambio atlantico dove le norme ambientali, sanitarie e sociali degli Stati Uniti s’imporranno inevitabilmente. Che l’Europa è stata costruita fin dall’inizio a dispetto del buon senso, dall’alto verso il basso, senza tener conto del principio di sussidiarietà, senza fissare delle frontiere e senza che i popoli siano mai stati fatti partecipi della sua costruzione. E’ fra l’angelismo e l’incoscienza di sé, ha fatto propri i principii del liberalismo più distruttivo. Rimetterla in pista implicherà che ella decida di essere una potenza sovrana, prima di essere un mercato, e che questa potenza sia capace di incarnare un modello di cultura e di civiltà in grado di svolgere il suo ruolo in un mondo ridivenuto multipolare. Ne siamo lontani.

[Traduzione di Manlio Triggiani su @barbadilloit ]


 

 

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Giorgio Faletti: aforismi di un intellettuale popolare

Nelle frasi seguenti c’è un concentrato delle idee e dei sentimenti di Giorgio Faletti, un monstrum nel senso latino del termine, un fenomeno inedito nella storia della cultura popolare del nostro paese.

Sostanzialmente la sua vita è stata la vicenda di un uomo, attore, cantante, cabarettista e scrittore, che ha saputo interpretare lo spirito del suo tempo e dare corpo a paure, emozioni ed aspirazioni della gente comune, senza contorsioni cerebrali né fumose problematiche  lontane dalla realtà di una società sempre in bilico tra dolore e aspettative di riscatto.

A dispetto degl’intellettali di professione, persi nel cielo siderale delle parole fittizie e vuote di senso, Faletti ha dato voce al popolo minuto ed ha raggiunto il successo per la sua semplicità e la sua schiettezza di carattere. E’ stato un personaggio tenace, maliconico ed ironico, dall’intelligenza vivida e brillante, dal talento straordinario nella sua capacità di scrivere e raccontare storie di uomini ed ambienti tratti dall’humus profondo del nostro mondo

”Siete solo nebbia sottile.Quel tratto di nulla sospeso tra bene e male”

”Ho sempre sostituito la paura di non farcela più con la speranza di farcela di nuovo”

”La luna è di tutti e ognuno di noi ha diritto di ululare”

”Erano le illusioni che ogni uomo si trascinava suller spalle, senza accorgersi di trasportare un sacco bucato”

”Solo gli stupidi e gli innocenti non hanno un alibi”

”La terra non ha memoria”

 

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Burosauri

Frustate donnaIl peggior nemico del cittadino? Il burosauro.

E’ una caratteristica tutta italiana o è sparsa per il mondo la spada di Damocle della burocrazia?

Forse sì, forse no.

Sta di fatto che tra i paesi civilizzati del continente europeo, spiccano meravigliose eccezioni in Germania e Francia e Inghilterra e nei paesi nordici, mentre è appannaggio delle terre del meridione un rapporto complicato e spesso inesplicabile con l’amministrazione pubblica. Specialmente italiana.

Da noi pare che chiunque riesca a conquistare un piccolo scranno, in una qualsiasi delle centinaia diramazioni del potere, si senta un piccolo re o un piccolo cesare, deciso ad esercitare la sua pur modesta influenza per inarcarsi e svillaneggiare il prossimo o l’utenza.

Guai ad obiettare qualcosa o a chiedere chiarimenti o confidare in un minimo di collaborazione e correttezza.

Si avrebbe più soddisfazione a chiedere ad un robot una risposta, piuttosto che ad uno dei tanti esemplari della stravagante genìa dei burocrati.

Tanti piccoli fenomeni, che appaiono come incubi nelle inquiete notti del contribuente, il quale dovrebbe poi essere considerato come il vero datore di lavoro d’impiegati e dirigenti di stato, enti locali, parastato o della miriade di soggetti, dotati di rappresentanza e discrezionalità  in nome della collettività.

E’ possibile si tratti di un virus che colpisce chiunque entri a far parte dell’apparato, procurandogli una sorta di amnesia su quello che l’ordinamento preponente, in teoria, si aspetterebbe dai propri funzionari od ausiliari: coadiuvare i poveri sudditi a trovare un’equa e ragionevole soluzione ai vari problemi che affliggono le relazioni con il sovrano.

In realtà si assiste molto spesso, con poche differenze, alla scena ricorrente di un esercito di legionari dell’imperatore, i quali colpiscono alla cieca i comuni mortali trovati sul cammino di una disperata ricerca di un minimo di giustizia e di un giusto rapporto con fisco, urbanistica, proprietà pubblica o privata e così via enumerando.

Insomma il cittadino se non un nemico è sicuramente un avversario da abbattere.

Ricordo le battaglie della buonanima di Bertuzzi, un personaggio che aveva ingaggiato una lotta impari con il sistema, mettendo in atto la strategia della disobbedienza civile e della protesa anche scrivendo su una rubrica giornalistica, ma che dovette soccombere senza ottenere dalla politica nelìmmeno quel piccolo usbergo, per l’uomo comune indifeso di fronte prevaricazioni della burocrazia, rappresentato dal difensore civico, figura ormai storica e ben accreditata nelle comunità civili, ma ancora sconosciuta in Italia, se non nella versione un po’ grottesca, aleatoria ed inefficace, tipica delle finzioni giuridiche di cui abbonda la patria del gattopardismo.

 

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Modigliani, Utrillo e la modella di Picinisco

 

Rosalia fa parte anche lei di quel mondo sfavillante  che è il mondo delle modelle e dei modelli di artista a Parigi, a cavallo tra 1800 e 1900.  Si chiamava Rosalia Tobia e già il cognome ricorda i suoi addentellati anagrafici con Picinisco. La incontriamo nella Parigi scintillante e cosmopolita agli inizi della Terza Repubblica cioè verso il 1875-80, al servizio di una nobildonna romana. Successivamente viene notata e diventa modella di diversi pittori, principalmente di Bouguereau per molti anni, uno degli artisti più ammirati dell’epoca e noto principalmente per le sue composizioni di nudi. Il corpo seducente e flessuoso di Rosalie  è presente in numerosi capolavori di Bouguereau quali ‘Jeunesse’, ‘Les deux baigneuses’, ‘Les agneaux’.  Fu modella anche di altri pittori quali Carolus-Duran e Whistler dal quale, si dice, ebbe il figlio.  Anche lei realmente passata alla eternità, come i privilegiati e i fortunati, grazie ai dipinti di Bouguereau  ma soprattutto e fondamentalmente grazie a quell’infelice grandissimo Modigliani: infatti quando si parla della  esistenza di Amedeo Modigliani ed esattamente dell’epoca della sua vita a Montparnasse dal 1909  fino alla tragica fine nel gennaio 1920, quasi undici anni orrendi, la sua vita è in non poca parte associata e collegata con il personaggio di Rosalie: in effetti tutta la letteratura su Modigliani non può prescindere dalla presenza di Rosalie. Perché dunque?

Allorché giunta ad una certa età –quarantasei anni circa- Rosalia  decide di aprire un locale di ristorazione e così verso il1909 aRue Campagne Première n.3 a Montparnasse che, si ricordi, è uno dei venti quartieri-città che costituiscono l’agglomerato di Parigi, il quartiere degli artisti per antonomasia con Montmartre,  aprì una ‘crèmerie’, un piccolo ristorante, la cui insegna era:  ‘Chez Rosalie’, con quattro tavoli rettangolari dal piano in marmo e i piedi di ghisa lavorata come era costume all’epoca e sei sgabelli, non sedie, a tavolo, quindi una capienza di 24 avventori. Cucina  in gran parte italiana e la clientela corrente, a pranzo,  rappresentata essenzialmente dai muratori attivi nelle numerose costruzioni dei paraggi. Era dunque, pura coincidenza, lo stesso anno del trasferimento dell’artista da Montmartre –ove era arrivato da Livorno nel 1906- a Montparnasse.

Modigliani vi si sfamava quasi regolarmente, da Rosalie era certo di trovare   un piatto  di spaghetti o di fettuccine e un bicchiere di vino. Rosalie aveva una particolare attenzione per i giovani artisti squattrinati, e ne erano tanti a quell’epoca, ma per Amedeo o Modì aveva una attenzione differente, non solo perché era un compatriota ma per i suoi modi,  per il suo fascino, per il suo portamento. E quando non aveva soldi, il che succedeva purtroppo quasi di regola, allora ripagava Rosalie con uno o due disegni. E questo durò per anni. Sovente l’artista vi andava con la sua amante del momento. Tutte si innamoravano di Modigliani e Rosalie era incantata dalla sua bellezza e dal suo discorrere. “Aveva la testa di Antinoo e occhi dalle scintille d’oro. Non assomigliava assolutamente a nessuno al mondo…” così scriverà di lui una di queste donne, una poetessa russa, come leggiamo nella biografia redatta da Augias.  E Rosalie era abituata a tutte le numerose donne che lo accompagnavano tra le quali le più assidue Beatrice, Lunia e infine, per gli ultimi tre anni scarsi della sua vita, principalmente Jeanne. E fu proprio a seguito di questo rapporto diverso che l’artista mise casa con Jeanne a due passi da Chez Rosalie, la quale nelle sue varie interviste ai giornali, ebbe sempre parole di affetto e di commozione per questa giovane donna finita anche lei così miseramente come il molto amato. E lei stessa, Rosalie, racconta che Jeanne quando andava con Amdeo da lei, raccomandava di mettere molto aglio nelle sue pietanze allo scopo di tenere lontane le rivali …

Il locale di Rosalia era divenuto uno dei luoghi di richiamo degli artisti di Montparnasse, un punto di riferimento,  come  la Clôserie des Lilas, la Rotonde, la Coupole. Utrillo vi andava quasi quotidianamente ad inebriarsi del succo di Bacco italico. La splendida spumeggiante Kiki de Montparnasse, l’astro dell’epoca, modella di tutti i più grandi artisti: Modigliani stesso, Soutine, Kisling, Foujita, Man Ray, cantante, ballerina, imprenditrice, donna libera, pittrice, incantatrice, il simbolo di Parigi, immortalata da Hemingway in un libro a lei dedicato, era ospite assidua di ‘Chez Rosalie’. Anche Giuseppe Ungaretti in una nota racconta del suo viaggio di nozze a Parigi e dei pasti consumati ‘chez Rosalie’.

Di Rosalia e del suo piccolo ristorante nel cuore di Montparnasse parla tutta la  letteratura  su quest’epoca scintillante ed irripetibile di Parigi tra le due guerre: era divenuta una istituzione. A parte le frequentazioni di tutti i grandi artisti: Picasso, Matisse, Kiki, Severini e gli scrittori Aragon, Max Jacob, Apollinaire, si raccontano  in particolare con gradimento  le lunghe discussioni non di rado violente pari a baruffe vere e proprie, tra Modigliani e Utrillo più noto come ‘Litrio’  a simbolo inequivocabile della sua sempre attiva propensione verso Bacco! E doveva essere veramente sensazionale lo spettacolo di questi due  giganti dell’arte europea del Novecento seduti al tavolo di ‘Chez Rosalie’ e discutere di arte e di vita e allo stesso tempo mandar giù bottiglie dopo bottiglie di vino mentre la povera Rosalie più essi bevevano più si arrovellava e preoccupava per il futuro pagamento delle libagioni e vedere altresì Suzanne Valadon, la madre di Utrillo, anche lei donna bellissima già modella di Renoir, di Degas, di Toulouse-Lautrec, libera e imprenditrice di sé stessa, ora divenuta eccellente pittrice, che andava da Rosalie per accudire ansiosa al proprio figlio rimasto in fondo sempre infantile oppure vedere i due artisti teneramente abbracciati e completamente  ebbri dormire nello studio di uno dei due. Un altro sconvolgente aspetto della esistenza di Modigliani era il suo stato di ebbrezza ormai permanente:  era divenuto ricorrente rinvenirlo completamente ubriaco in un fosso o sotto una panchina, sotto la pioggia o al freddo, e poi da qualche amico trasportato da Rosalie che, ormai abituata, lo faceva giacere su un sacco nel retro bottega fino al risveglio. 

E che ne è stato delle sicuramente centinaia e centinaia di disegni di Modigliani passati nelle mani di Rosalia? Un valore, rapportato ad oggi, di milioni di Euro? Rosalia, abituata alle opere del Bouguereau e di Carolus-Duran e di Whistler, dove la cura dei particolari naturali era massima, non  capiva, perciò non apprezzava, i disegni del povero Modiglini (‘scarabocchi’ li chiamava!)  e quindi o ci accendeva le fornacelle o li riponeva in qualche scatola nella cantina, preda dei topi. In effetti con suo rammarico, dai disegni non ricavò un soldo! Ricavò invece un bel gruzzolo da un  paesaggio che Utrillo aveva dipinto su una parete del locale e che poi dei compratori americani provvidero a staccare e a portar via.

Nel 1929-1930 Rosalia chiude la sua ‘crèmerie’ e si trasferisce nel Sud della Francia, vicino a Cannes perché quei luoghi le ricordavano, come raccontò in una cronaca giornalistica, la amata Roma e la sua campagna. E qui morì due anni dopo. Era nata nel 1860.

Tra le decine di ritratti di Modigliani ve ne è uno particolare, in collezione privata parigina, intitolato da lui stesso  ‘Rosalia’. La nostra Rosalia?

Altre notizie su Rosalia nel libro “MODELLE E MODELLI CIOCIARI NELL’ARTE EUROPEA  A ROMA, PARIGI, LONDRA NEL 1800-1900”.  Prof. Michele Santulli

 http://www.lazionauta.it/modigliani-utrillo-e-la-modella-di-picinisco/

 

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Mysteria

rodgerschultz01L’inizio dei Mysteria si perde nella notte dei tempi. Sono accertati da documenti del VII secolo a.C., ma si hanno varie testimonianze della loro esistenza in epoca micenea (secoli XVI-XIII). Il culto è chiaramente di origine pre-ellenica e rimanda alle Dee Madri, presenti in tutto il Mediterraneo da tempi immemorabili.

Con i decreti di Teodosio il Grande, l’imperatore cristiano che dichiarò il cristianesimo religione di stato, la storia bimellenaria dei Mysteria giunse al suo termine. Nel periodo compreso tra il 391 e il 393 d.C. la persecuzione contro i pagani venne intensificata e i loro templi vennero chiusi e la stessa fine fece il santuario di Eleusi. Il santuario venne incendiato nel 396 d.C. dai Goti guidati da Alarico.

*****

Nelle Leggi Cicerone scrive:

“… initiaque ut appellantur ita re vera principia vitae cognovimus neque solum cum laetitia vivendi rationem accepimus sed etiam cum spe meliore moriendi (… abbiamo conosciuto gli initia, i veri principi della vita, ed abbiamo ricevuto non solo una ragione per vivere lietamente, ma anche un motivo per morire con una migliore speranza)”.

Plutarco pensa:

”Al momento della morte l’anima prova un’esperienza simile a quella di coloro che sono iniziati ai misteri … All’inizio vagare smarriti, faticoso andare in cerchio, paurosi percorsi nel buio, che non conducono in alcun luogo. Prima della fine il timore, il brivido, il tremito, i sudori freddi e lo spavento sono al culmine. E poi una luce meravigliosa si offre agli occhi, si passa in luoghi puri e prati dove echeggiano suoni, dove si vedono danze; solenni sacre parole e visioni divine ispirano un rispetto religioso. E là l’iniziato, ormai perfettamente liberato e sciolto da ogni vincolo, si aggira, incoronato da una ghirlanda, celebrando la festa insieme agli altri consacrati e puri, e guarda dall’alto la folla non iniziata, non purificata nel fango e nelle tenebre, e, per timore della morte, attardarsi fra i mali invece di credere nella felicità dell’aldilà”.

Plutarco, Fragmenta 168 Sandbach = Stobeo 4, 52, 49.

 http://www.maat.it/livello2/misteri-eleusini.htm


 

 

 

 

 

 

 

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Gavoi: undicesima edizione del festival letterario della Sardegna

Si è arrivati all’undicesima edizione ed il festival di Gavoi tende a qualificarsi per una manifestazione aperta all’Europa.

Incontri all’aperto da oggi al 6 luglio.

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La canoa è pronta

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Tutti al mare

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Il gotico fiorito

Il discorso del premier al parlamento europeo pare sia stato deginito un esempio di gotico fiorito, nel quale gli aggettivi superavano largamente i sostantivi.

In effetti fra tutte le buone intenzioni del capo del governo ne manca una fondamentale: quella di privilegiare la sostanza degli atti rispetto alla pura ispirazione. Non che l’ispirazione non conti, anzi essa è fondamentale specialmente quando si riferisce a nobili principi, ma senza la concretezza di fatti qualificanti nella direzione della seria innovazione e del profondo cambiamento, si rischia di lasciare che tutto si risolva in un’immane lettera morta.

I mutamenti di rotta sono sempre possibili ed auspicabile in un paese allo stremo delle sue forze e bisognoso non tanto di parole fiorite e frasi altisonanti, quanto di esempi concreti.Altrimenti l’euroscetticismo e l’antipolitica guadagneranno nuove posizioni.

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maffesoliMichel Maffesoli

 

Fautore di un paganesimo filosofico che rompe le grandi costruzioni ideali, teorizzatore di una società neo-tribale retta dall’eros più che dalle ideologie, il settantenne filosofo e sociologo francese è presente oggi alla Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. Il tema della manifestazione tra l’alto è «Fortuna/Destino», concetti con cui la tradizione culturale occidentale ha avuto a che fare sin dalle origini.

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luglio 2, 2014 · 2:55 pm

Lei ballava il Sirtaki

http://youtu.be/uyzkmX-q0Do

…ed incantava come nessun’ altra

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luglio 2, 2014 · 6:35 am

“Fare l’istrice…

“Fare l’istrice”amoreEterno_dett

E’ la riflessione amara di Carlo Verdone nel suo film ”L’amore è eterno finché dura”.

A rivederlo oggi non cambiano le impressioni ed i pensieri suscitati dalla vicenda cinematografica.

Verrebbe da dire, con Shakespeare, che viviamo tempi sempre più ”schiodati”… ed inaffidabili sul piano delle relazioni umane e sentimentali.

Ci si riscatta col senso dell’umorismo un po’ amaro, che accompagna sempre le storie raccontate da questo sensibile e valente (attore e) regista, il quale porta in ogni sua opera il patrimonio d’idee e buon gusto, il senso critico, il dotto insegnamento del suo amato genitore, il Prof Mario Verdone.

Il sangue non è acqua evidentemente.

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luglio 1, 2014 · 6:58 pm

Albergo Italia

Albergo Italia

Guido Ceronetti cosa direbbe oggi, su questo argomento, già appassionato e dolente, al momento della stesura del libro?

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luglio 1, 2014 · 6:41 pm

Fascino orientale moderno

Fascino orientale moderno

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luglio 1, 2014 · 6:34 pm

Fascino orientale antico

Fascino orientale antico

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luglio 1, 2014 · 6:31 pm

Luglio

Luglio

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luglio 1, 2014 · 6:28 pm

Farfalline

Farfalline

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luglio 1, 2014 · 6:09 pm

Tatuaggi

Tatuaggi

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luglio 1, 2014 · 6:02 pm

Le banche e il risparmio

Vi è mai venuto il sospetto che le banche, anziché i vostri sudati e piccoli risparmi, tutelino anzitutto la loro prosperità a furia di balzelli, interessi, provvigioni e quant’altro, proprio nel momento in cui mostrano di darvi indicazioni e suggerimenti per la vostra sicurezza?

A me sì.

Penso soprattutto agli stratagemmi e alla strategia della seduzione sull’utilità d’investimenti nel lungo periodo, sostanzialmente posti in essere per vincolare il vostro deposito per lunghi e penosi anni di attesa in buoni e improbabili risultati, in modo che sui vostri soldi ci si possa liberamente lucrare, rendendoveli alla fine praticamente indisponibili.

Una specie di sequestro a tempo indeterminato mi appare il fine neppure tanto nascosto di queste benemerite istituzioni, croce e delizia dei poveri ingenui.Immagine

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Sufismo e tantrismo nel Bengala

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giugno 30, 2014 · 2:51 pm

L’ultimo dei grandi Cesari

La durata della vita umana non è che un punto e la sostanza è un flusso, e nebulose ne sono le percezioni, e la composizione del corpo è corruttibile, e l’anima è un turbine, e la fortuna imperscrutabile, e la fama cosa insensata … E dunque, cosa c’è che possa guidare un uomo? Una cosa e solo una, la filosofia“.

 

Alcuni anni dopo la morte di Epitteto di Ierapoli (135 d.C. circa), lo stoicismo ha un ultimo sussulto di vita in un personaggio che si trova all’ estremo opposto della scala sociale (il che testimonia come per gli Stoici non conti il ceto di appartenenza), l’ imperatore Marco Aurelio, un vero e proprio filosofo sul trono. Nato a Roma nel 121 d.C., allievo dapprima del retore Frontone che tentò invano di tenerlo lontano dalla filosofia, Marco Aurelio fu imperatore dal 161 al 180, quando morì combattendo i Marcomanni e i Quadi presso Vienna. Apollonio (il grande maestro venuto da Bisanzio a Roma per educarlo e formarlo alla filosofia) gli trasmette i principi essenziali dello stoicismo: lo spirito di indipendenza guidato dalla ragione, l’abitudine all’impassibilità. Ed anche gli insegnamenti di Tiberio Claudio Massimo, uomo di Stato e filosofo, vengono alle volte distorti dalla contraddittorietà e dalla mancanza di una decisa personalità di base che segna Marco Aurelio. Con Claudio Massimo, il futuro imperatore apprende le virtù fondamentali dello stoico: il senso del dovere e il coraggio in ogni momento della propria vita; la capacita di assolvere i propri compiti a qualsiasi costo; l’autocontrollo, cioè l’assenza di stupori o turbamenti, di boria e ipocrisia; infine, e soprattutto, la clemenza. Certo il giovane Marco vivrà nel pensiero stoico con una parte del proprio intelletto. Ma é anche vero che non riuscirà mai a sentire pienamente e con slancio la dottrina nella quale vede lo strumento per raggiungere l’adiaforia (ossia l’indifferente serenitá nei confronti del reale, l’accettazione razionale dell’accadimento universale di cui facciamo parte) e sfuggire alle angosce che nascono dall’evidente conflitto fra i suoi naturali istinti e la filosofia che vuole interiorizzare. Egli é autore di un’ opera fatta di brevi pensieri, diretti a se stesso, scritta in greco e intitolata A se stesso (Ta eiV eauton). Dalla lettura critica dell’opera e dalla storia della vita personale e politica di questo imperatore “saggio e illuminato” esce il ritratto di un uomo pieno di tormenti cui non é realmente congeniale la logica stoica, come dimostra il fatto che egli la insegue senza riuscire ad afferrarla, se non per qualche attimo e con le mani incerte dell’uomo reso debole dalla mancanza di una netta, precisa, irrinunciabile visione interiore. Per un imperatore la distinzione tra ciò che dipende e ciò che non dipende da noi é molto meno drammatica che per l’ex schiavo Epitteto o per i senatori in conflitto con un potere che li sovrasta. Per l’imperatore, il termine di riferimento verso l’alto diventa il cosmo intero nella sua eterna vicenda, di fronte al quale il piccolo mondo umano appare inconsistente e futile. Da un autore che gli é caro – Eraclito di Efeso – Marco Aurelio attinge una concezione del mondo come perenne fluire. L’arroganza umana nasce, a suo avviso, dalla presunzione di essere immortali: il risultato é un radicale ridimensionamento di sè e del mondo circostante. Per l’imperatore, l’ altro non é più una sorgente potenziale di minacce di asservimento, viceversa, é l’altro che dipende dall’imperatore e pertanto é da sopportare, non da combattere. Non di rado Marco Aurelio lascia affiorare il senso di solitudine che l’ imperatore avverte nella sua corte: egli dice a proposito che “nessuno é così favorito da non avere accanto a sè, al momento della morte, qualcuno che gioisca del triste evento“. Egli sa di poter trovare nella corte non amicizia, ma soltanto dissimulazione e, di fronte a questa triste constatazione , egli può evitare di isolarsi completamente grazie all’ insegnamento stoico, secondo cui ciascuno é parte di quella totalità organica che é l’universo: nell’ordinamento cosmico ognuno ha un posto assegnato, con doveri specifici. Per Marco Aurelio é quello di romano e di imperatore, ma ciò non significa “sperare nella repubblica di Platone“, ossia in un capovolgimento radicale dello stesso ordinamento politico. Il vero punto di raccordo con l’universalità cosmica é ritrovato nel proprio interno, nella consapevolezza di farne parte. All’io ipertrofico e trionfalistico dell’ antico sapiente stoico, Marco Aurelio oppone l’io infinitamente piccolo, che con la morte torna a integrarsi, anche fisicamente, nella totalità. E tuttavia possiamo vedere nella figura di Marco Aurelio, in un certo senso, il raggiungimento del sistema politico auspicato da Platone, il quale asseriva (Lettera VII) che ci sarebbe stato un buon governo solo quando i filosofi fossero diventati re o i re fossero diventati filosofi. E quello di Marco Aurelio, in effetti, fu un buon governo. Egli è un imperatore onnipotente, ma non riesce a superare gli ostacoli che nella società impediscono la realizzazione della sua filosofia. Nella personale rilettura dello stoicismo, che dalla fondazione in poi ha subito tre revisioni, Marco Aurelio non porta una rielaborazione originale, non fa una rivisitazione anche in chiave politica, rivisitazione che sarebbe stata necessaria in presenza della sempre più impetuosa diffusione del cristianesimo e della progressiva consunzione dei valori sociali, dell’economia e della potenza di Roma. Egli annota: io sono nato per governarli, come il toro la mandria, l’ariete il gregge. E’ la natura che regge l’universo e, se questo é vero, gli esseri inferiori sono nati per i superiori e viceversa” (A se stesso XI, 18). La sua filosofia resta confinata fra i fogli di pergamena, una lancia non scagliata: “Se l’intelligenza é comune agli uomini, pure la ragione, che ci rende ragionevoli, è a tutti comune. Se questo risponde a verità é comune anche la ragione che ordina ciò che si deve e non si deve fare. Esiste perciò una legge comune, perciò siamo tutti cittadini e perciò partecipiamo tutti a una specie di governo, quindi il mondo é simile a una città… ” (A se stesso IV, 4). Ricorre spesso nella mente di Marco Aurelio il pensiero della morte. Ma questi pensieri, anche se qualche volta apparentemente staccati, sereni, hanno venature di paura, presentano le caratteristiche tipiche di una patologica insicurezza che potrebbe aver radice nella morte prematura del padre e nella conseguente infanzia ricca ma trascorsa con una madre severissima e con precettori che già a dodici anni lo costringono allo studio della filosofia violando i tempi di maturazione della sua identità. Il dubbio lo tormenta, lo attanaglia l’horror vacui dell’ignoto “dopo”. E gioca sul filo dell’illusione, travolto dall’emotività che l’insegnamento di Apollonio non ha sradicato: “lasciare il mondo degli uomini, se gli dei esistono, non è affatto motivo di terrore: certo non ti getterebbero nella sventura. Ma se gli dei non esistono, o non si occupano delle umane cose, perché vivere, in un mondo deserto di dei o vuoto di Provvidenza? Ma invece esistono, e si occupano delle umane cose, e perché l’uomo non cada in quelli che sono i veri mali, su di lui tutto hanno concentrato” (A se stesso II, 11). L’iter di questo pensiero é sicurezza-dubbio-sicurezza. Nell’annotazione seguente il dubbio prevale, dissimulato appena da un velo di sarcasmo: “dopo aver curato tanti mali Ippocrate cadde malato a sua volta e morì. Alessandro, Pompeo, Gaio Cesare, che pure tante volte rasero al suolo intere città e fecero a pezzi in battaglia schiere intere di decine di migliaia di fanti e cavalieri, infine anch’essi lasciarono la vita. Dopo tanti studi finali sulla conflagrazione del mondo Eraclito, il corpo gonfio per l’idropisia e la pelle spalmata di sterco, morì. Democrito morì a causa dei pidocchi…Ebbene, ti sei imbarcato, il viaggio é finito, sei giunto all’approdo: sbarca. Se ciò significherà entrare in una nuova vita, lì non troverai più nulla che sia vuoto di dei. Se ciò significherà non sentire nulla, cesserai di provare pene e piaceri” (A se stesso III, 3). Ciò che più caratterizza l’opera filosofica di Marco Aurelio è indubbiamente dato dal contrasto fra una precettistica mirata alla conquista della serenità interiore e il senso di malinconia che aleggia in quelle pagine, traducendosi spesso in cupe meditazioni sul tempo e sulla morte: consapevole di essere l’ultimo dei grandi Cesari, Marco Aurelio registra lucidamente i segni premonitori dell’imminente declino dell’impero, tanto più che i grandi imperatori del passato (Augusto, Traiano, Adriano) sono solo fantasmi inghiottiti dal baratro dei secoli.

http://www.filosofico.netImmagine

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Marco Aurelio: Pensieri

Marco Aurelio: Pensieri

Pensieri
Autore Marco Aurelio
Editore Mondadori, 2006

Valutazione Aforismario: Libro consigliato (Aforismario)

Scritti dall’imperatore Marco Aurelio, i “Pensieri” hanno goduto nei secoli di una fama costante, non tanto per i concetti filosofici che vi sono esposti, quanto per l’universalità e la sincerità delle riflessioni, quasi un intimo colloquio dell’anima con se stessa. I Pensieri si impongono soprattutto per la loro semplicità: ora profondi, ora del tutto comuni e quotidiani. Il loro fascino risiede nell’immediatezza e nella schiettezza con cui sono espressi e rivelano un’umiltà di spirito sorprendente in un imperatore

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giugno 30, 2014 · 9:50 am

Monaci Zen

Monaci Zen

Come il fabbro raddrizza

una freccia,

così il saggio governa i suoi

pensieri,

per loro natura instabili,

irrequieti

e difficili da controllare.

Non lasciare che la ricerca

del piacere

ti distragga dalla meditazione

e dal tuo stesso bene.

Anzichè badare agli errori

altrui

osserva i tuoi,

esamina ciò che hai

commesso

e ciò che hai omesso di fare.

Controlla la rabbia

come un buon auriga

governa il suo carro

impazzito.

Pratica ciò che predichi.

Prima di cercare di

correggere gli altri

fa una cosa più difficile:

correggi te stesso.

Nobile è colui che non fa del

male

ad alcuna creatura vivente.

Tu sei il tuo solo maestro.

Chi altro può guidarti?

Diventa padrone di te stesso

e scopri il tuo maestro

interno.

La padronanza della propria

mente,

ribelle, capricciosa, e

vagabonda,

è la via verso la felicità.

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giugno 29, 2014 · 5:53 pm

Zen e Buddismo

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“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa.

Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”. 

 

Da diversi anni mi sono avvicinato allo Zen ed al Buddismo, grazie ad alcune esperienze di meditazione vissute con il mio primo Maestro di Arti Marziali ed un suo allievo già monaco Zen italiano legato alla setta Soto.

La pratica quotidiana delle Arti Marziali mi ha pian piano portato a considerare e praticare le religioni orientali, sino a sentirmi quasi completamente buddista. Dico quasi perché nel mio intimo rimane forte una credenza animista, in cui ogni essere vivente, animali, piante, l’essere umano ha un’anima e merita rispetto. Ho trovato nel Buddismo e nello Zen tutti gli insegnamenti e il conforto di cui avevo bisogno. Ecco il perché di questa pagina, come semplice punto di riflessione.

 

ZEN (inizio)

Per noi occidentali così distanti dalla cultura orientale, ed in particolare da quella giapponese, non è facile accettare e comprendere cosa significa praticare Zen e perché lo Zen è compagno ideale delle Arti Marziali. Ed è mio desiderio sollevare un velo a favore della comprensione di questa disciplina.

È in Cina che si concretizza la prima corrente di pensiero che darà vita alla forma di Buddismo Ch’an, grazie agli insegnamento del monaco indiano Bodhidharma. Successivamente portato in Giappone si svilupperà in diverse “sette Zen” tra le quali emergeranno nei secoli la scuola Rinzai e la Soto. La Prima per lo stile austero e le metodologie, verrà preferita dalla casta dei Samurai, la seconda sarà abbracciata dal resto della popolazione.

Nel Ch’an non esistevano immagini sacre, non c’erano dei da adorare, e poca importanza veniva data alle scritture, perché la regola era la non regola, l’insegnamento era, paradossalmente, che nulla poteva essere insegnato. Secondo il Ch’an prima, e quindi lo Zen poi, la comprensione è possibile solamente ignorando l’intelletto e prestando ascolto agli istinti, all’intuizione.

La sperimentazione della realtà senza l’uso dell’intelletto, ciò non significa non cultura, anzi, ma la completa accettazione della natura dei suoi fenomeni, senza una spiegazione logica per ogni più piccola sfumatura. Lo Zen porta alla calma interiore, una forma di quietismo positivo, che ha alla sua base una grossa forma di umorismo, che si può intravedere nei Koan, gli esercizi di meditazione particolarmente utilizzati dalla setta Rinzai. o nelle risposte dei maestri. Lo Zen, ha influenzato la cultura Giapponese, utilizzando e facendo proprie le varie forme culturali e di pensiero; dalle Arti Marziali alla Cerimonia del The, dalle Composizioni di Fiori al Teatro No, dalla Poesia alla Pittura ad Inchiostro, dai Giardini all’Architettura. Ma per noi occidentali, quali vantaggi la pratica dello Zen può portarci ? Innanzi tutto vorrei precisare che la pratica dello Zen non comporta l’abbandono della propria religione, e, come disse uno dei più grandi Maestri Zen viventi, Taisen Deshimaru, “Lo Zen è al di là delle religioni”, ovvero la pratica dello Zen non è in “concorrenza” con le religioni, ma anzi può aiutare a comprendere e vivere meglio la propria dimensione mistica.

Tornando alla nostra domanda, un primo insegnamento basilare dello Zen è racchiuso nella frase “qui ed ora”, ovvero concentrarsi su ogni istante della vita quotidiana.

“Qui ed ora” significa essere interamente in quello che si fa, mentre mi lavo, mentre mangio o cammino, mentre combatto. Non pensare più in modo frenetico o troppo profondo al passato od al futuro, ma vivere completamente i nostri atti e le nostre parole e pensieri del momento. Nella cultura attuale, molte cose sono date per scontate, molte le cose fatte o vissute in maniera veloce, superficiale. Il ritmo frenetico impostoci dalla “civiltà” dei consumi può essere ridimensionato tramite una buona pratica Zen. Lo Zen si può praticare in qualsiasi momento della giornata, curando la giusta postura (posizione) Za-Zen, concentrandosi sulla respirazione, senza però cercare di ottenere o raggiungere qualsiasi cosa.

“Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo”.

 

Postura

La postura detta Za-Zen è interpretata in due modi, la prima, tradizionale, adottata dalla setta Soto si ottiene sedendosi su un apposito cuscino rotondo (Zafu) con le gambe incrociate nella posizione del loto, ereditata dalla cultura Indiana. Portando il piede destro sulla coscia sinistra e viceversa, otteniamo questa posizione non facile e inizialmente piuttosto scomoda. Le ginocchia toccano terra, la schiena e ben dritta, le spalle rilassate, il mento rientrante e nuca ritta. La seconda posizione è quella normalmente utilizzata da chi pratica arti marziali ed è la posizione di Sei-Za, ovvero seduti sui talloni, le ginocchia ben divaricate, mentre per il busto vale quanto detto prima. Raggiunta la giusta posizione del corpo (anche con brevi oscillazioni di assestamento) si esegue il saluto (Gassho), congiungendo le mani all’altezza delle spalle, palmo contro palmo, ed effettuando un leggerissimo inchino. Le mani poi adottano una posizione ben definita, appoggiate in grembo, la destra accoglie la sinistra, palme verso l’alto con i pollici che si toccano senza tensione. E’ possibile adottare anche altre posizioni delle mani, prese dalla cultura Taoista. La lingua deve toccare il palato, appena dietro i denti anteriori o nel punto in cui il solletico è più intenso.

 

Respirazione

Concentrandosi sul proprio corpo si inizia a controllare la respirazione. Si inspira ed espira tramite il naso. La respirazione è lenta ed impercettibile, ci si può inizialmente concentrare sull’immagine dei propri polmoni per facilitare il raggiungimento del giusto ritmo, che prevede circa quattro respirazioni complete al minuto. L’inspirazione avviene naturalmente al seguito dell’espirazione con contrazione dell’addome provocando anche un salutare massaggio agli organi addominali.

 

L’ atteggiamento mentale

L’ atteggiamento mentale o dello spirito nello Zen è unico, ma infinito nelle sfumature. Zan Shin lo spirito vigile, coinvolto nell’azione, ma attento a ciò che viene dopo, qui e ora, nello sviluppo completo del tempo. Zan Shin si applica in ogni attimo della vita, dalle cose più semplici come accudire alla pulizia del proprio corpo, al guidare un’auto, ai rapporti con le persone, al combattimento. E’ la strada per una completa fusione del corpo e della mente. Quando svolgiamo un’azione si deve essere integralmente parte di ciò che stiamo facendo. Se guardo una montagna, cerco di essere una montagna, se guardo uno stagno, cerco di essere calmo ma pieno di vita come uno stagno può essere. Qui e ora, essere interamente in quello che si fa, non pensare al passato od al futuro, essere nel presente. Troviamo scritto nello Shodoka del Maestro Yoka: “Non si deve cercare la verità, nè troncare le proprie illusioni”. Si devono lasciare passare i pensieri, non trattenerli, ma viverli. Il nostro spirito è complicato, difficile da dirigere, agile come una scimmia.

Ma come disse il mio Maestro, prendiamo, quando occorre, la scimmia per la coda, ovvero fermiamo il nostro pensiero i nostri sogni per salire a bordo e viverli con reale intensità, qui ed ora. Dobbiamo però ricordarci, di non vivere lo Zen in maniera assoluta come spesso accade ai mistici orientali, che lentamente si chiudono su se stessi. Dobbiamo sviluppare quelle parti dello Zen che ci permettono un dinamismo e una presenza mentale utili nella vita quotidiana, ovvero qui ed ora. La meditazione in Za Zen deve essere quindi una fase iniziale e fondamentale della crescita e non una fase finale in cui rinchiudersi e costruire un proprio mondo limitato e statico.

 

Lo Zen nelle Arti Marziali 

Lo Zen nelle Arti Marziali ha ottenuto un posto di rilievo, in particolare nell’arte della spada e del tiro con l’arco. L’abilità tecnica in combattimento nulla vale se non è accompagnata da una tranquillità interiore, da uno spirito vigile che non si ferma da nessuna parte. Come disse il monaco Zen Takuan (1573-1645) “Il vero spirito è come l’acqua e lo spirito malcerto è come il ghiaccio”, ovvero quando lo spirito si ferma su qualcosa, come il ghiaccio ad un ramo, si è vincolati ed inermi, quando è come l’acqua, mille sono le possibilità e le strade. Con la pratica dello Zen si arriva alla dimensione del “tempo esploso” ovvero in una dimensione in cui gli avvenimenti sono qualcosa di distaccato e sembrano ripresi al rallentatore. Nel combattimento affiorano gli istinti più ancestrali, la parte più profonda del nostro essere, e lo Zen con la meditazione, permette al subconscio di risalire in superficie. In questo modo si prendere contatto con se stessi ed entrare in sintonia prima con il proprio spirito e poi con l’universo e di conseguenza con l’avversario. Forse con questo Haiku che segue Vi potrà aiutare a comprendere questo concetto: 

 

L’acqua dello stagno di Hirosawa

Non pensa a riflettere la luna,

nè, per parte sua, la luna cerca di

essere riflessa sull’acqua.

 

Ovvero, non c’è che una luna in cielo, ma la superficie di ogni fiume riflette una luna. Se non c’è acqua, la luna non si rifletterà, ma non è l’acqua a creare la luce della luna. La luce della luna non cambia se viene riflessa da molti fiumi, nè cambia la dimensione della luna. Il nostro spirito non deve preoccuparsi delle cose su cui si posa, così come le cose non devono accorgersi della presenza del nostro spirito.

 

Lo Zen ed i Giardini.

La disposizione e la creazione di un giardino come simbolo della ricerca interiore. Il voler rendere omaggio alla natura, con un rispetto reverenziale, a quella natura che costituisce una delle pietre miliari della filosofia Zen. Il giardino visto come un quadro in cui la prospettiva e l’astrazione guidano la mano dell’artista. La cura nella scelta degli oggetti, dei sassi, delle piante, la struttura dei laghetti, nulla è lasciato al caso, ma tutto calibrato per guidare l’occhio dell’osservatore dove l’artista desidera, sino al limite in cui il muro di recinzione non serve per tenere lontano gli sguardi indiscreti, ma per impedire a coloro che osservano il giardino dall’interno, dai punti prestabiliti dall’artista, di spingere lo sguardo all’esterno e quindi introdurre fattori estranei nella visione. Un giardino su cui non oziare, ma da guardare. Si arriva verso la fine del 1400 all’astrazione totale con i giardini di pietra, intesi a favorire la meditazione. Dove prima si ricercava una bellezza scenografica, in questi piccoli giardini invece, si cercavano strumenti tramite i quali la mente contemplativa poteva dilatarsi a cogliere l’essenza dello Zen. Il giardino si avvicina alla pittura ad inchiostro.

 

Lo Zen ed il disegno ad Inchiostro.

La pittura ad inchiostro monocroma fiorita nel periodo Ashikaga (1133-1573), è senza dubbio uno dei momenti supremi dell’arte giapponese, e oserei dire anche mondiale. Nata inizialmente in Cina, quale estensione della scrittura a pennello e delle opere calligrafiche, divenne mezzo fondamentale nella diffusione dello Zen. Il colpo di pennello, che sembra così spontaneo, semplice, immediato è frutto di anni di studio, come il fendente dello spadaccino, l’assoluta precisione del colpo di pennello può essere eseguito solamente da una persona la cui mente ed il cui corpo sono tutt’uno. L’artista esprime l’illuminazione di un istante e quindi non ha il tempo per elaborare ogni singola pennellata, la tecnica deve fluire dalle profondità interiori, catturando le immagini dell’infinità, al di là del pensiero. La carta di riso usata dai pittori Zen, assorbe immediatamente l’inchiostro e quindi non è possibile alcuna correzione, come uno spadaccino che esegue un affondo, che colga il bersaglio o no, non potrà mai correggerlo.

 

Lo Zen ed il Teatro No.

Il teatro No è sicuramente la forma di arte Zen più difficilmente comprensibile per un’occidentale. E’ un teatro dei particolari, delle mille arti, danza, musica, mimica, ed ancora architettura e scultura. Le sole maschere in legno ad esempio, spesso antiche di centinaia di anni, possono mutare espressione a seconda del gioco di luci creato dai movimenti della testa dell’attore. Non si può descrivere il teatro No, per un occidentale è incomprensibile, così imperniato della più raffinata estetica Zen, che spesso lo è anche per un giapponese.

 

Lo Zen e l’architettura.

La casa tradizionale Giapponese è fredda d’inverno e calda d’estate, l’assenza di mobilio costringe gli occupanti a passare gran parte della giornata in ginocchio. Per dormire un ripiano di legno ricoperto da un’imbottita di cotone. La squisita casa tradizionale Giapponese è come un’ ombrello aperto sul paesaggio, che si integra con l’ambiente, non lo domina. L’uso di materiali naturali, spesso lasciati al grezzo, sono un’accurata ricerca di integrazione con l’ambiente. Ma perché questa scomodità, queste privazioni fisiche?

La casa Giapponese è, grazie alla cultura Zen, un raro esempio di fusione tra necessità fisiche e spirituali. Non a caso la struttura di base ricorda un santuario Shinto, spartano ed elegante. L’aspetto fragile della casa ben si adatta ad una terra scossa da frequenti terremoti, infatti la leggera struttura, non ancorata a terra da tradizionali fondamenta, tende a “fluttuare” in sintonia con il terreno. Senza addentrarci nei particolari architettonici, vorrei citare un passo di Ralph Adams Cram che visitò il Giappone all’inizio del nostro secolo”, in relazione alla sobrietà e spartanità della casa nipponica: “La singola stanza costituisce un ambiente che richiede la presenza e la partecipazione dell’uomo per colmare il vuoto. In assenza di distrazioni decorative non resta che concentrarsi sulla propria mente e su quella dei presenti. Ogni parola, ogni gesto appaiono più significativi.”

 

Lo Zen e la Cerimonia del Tè.

La cerimonia del Tè riunisce in sè tutti gli aspetti dello Zen, arte, quietismo, estetismo. La si potrebbe definire l’essenza della cultura Zen, con momenti profondi che vanno oltre l’esteriorità della cerimonia stessa. Sicuramente una delle bevande aromatiche più antiche tra quelle note, utilizzata nei monasteri per combattere la sonnolenza nelle lunghe sedute di meditazione, apprezzata dai nobili e dai guerrieri, l’assunzione del tè finì con essere ritualizzata nella cultura Zen. Cha-No-Yu, ovvero la Cerimonia del Tè, lentamente prese forma, divenne un momento solenne, intimo e sereno. Lunga da descrivere, già il considerare la particolare porta di una sala per il tè, che obbligando il passaggio in ginocchio, induce ad abbandonare all’esterno le superbie, può aiutare a capire i profondi concetti dietro questa cerimonia. L’incenso, lo scarno arredamento, il cerimoniale creano le premesse per una disponibilità interiore che permette a tutti i sensi di partecipare alla cerimonia del Tè e di entrare in armonia con gli altri.

 

Lo Zen e la Poesia.

Anche la poesia ricalca i canoni di semplicità e istintività tipici dello Zen, ma però anche la sua ermeticità, per chi non si è addentrato in profondità nello studio di questa disciplina. Forse nata dalle risposte dei maestri ai discepoli, forse dai Koan, la poesia divenne un’espressione di momenti particolari, dalla “illuminazione” alla “morte”. Attorno al 1400, nasce la forma poetica chiamata Haiku, generalmente definita la poesia Zen per eccellenza. Costituita da 17 sillabe o meno, con un motivo dominate come l’isolamento, la povertà, mistero, l’Haiku ha il diritto di avere un suo posto nella letteratura mondiale, se è vera l’affermazione che l’arte del poetare consiste nel saper dire cose importanti col minor numero di parole possibili.

 

http://www.aikidoedintorni.com/Buddismo%20zen/buddismo_zen.htm

 

 

 

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